Yes We Jam! e la sottile linea tra il funk e il punk

Yes We Jam in full effect!
Il concetto di jam session è tutto sommato semplice da spiegare. E’ una sessione di improvvisazione musicale, sì, è un momento di trance creativa e collettiva tra strumentisti, è una sorta di stile libero su binari che possono avere mille scambi imprevedibili, è scambio di energie, è comunicazione non verbale nel senso più ampio del termine. Se sei un musicista lo sai. Se sei un emcee forse meno, ma se sei cresciuto col concetto delle jam hip hop in cui vi erano un microfono e due giradischi forse ti ci puoi avvicinare. Ma è sempre un pelo diverso, gli strumenti suonano dal vivo, e i giradischi tutto sommato sono uno strumento, ma in una vera jam ce ne sono tanti, altri e diversi. La cosa che rimane identica è l’istinto, quello o ce l’hai o rimani fuori dal cerchio.

Le jam ormai sono cosa rara a casa nostra, e se per quei convegni intesi alla vecchia maniera nel circolo dell’hip hop non c’è più gran spazio, ancora meno sono le jam che uniscono rappers e musicisti, fondendo l’elettronica all’analogica, uomo, macchina e tutto il resto dell’ambaradan. Ma non tutto è perso. Esiste un’isola felice, in un piccolo jazz club fiorentino, in cui settimanalmente accadono magie. Tutto ad opera di un rapper che non è solo un rapper, ma un artista a tutto tondo, il bMillelemmi nazionale, insieme promoter e mattatore visionario di quello che secondo noi (e non solo) è al momento uno tra i party più fighi d’Italia, il cui nome in codice è Yes We Jam!.

Millelemmi, foto di Lorenzo Masi

Millelemmi, foto di Lorenzo Masi

Dal 2012 ad oggi, da una semplice jam di “macchinette” (tipo drum machines e campionatori), a cui via via si sono aggiunti strumentisti veri con progetti diversi, si è arrivati ad un happening settimanale in cui lo stampo hip hop, nu beats e jazz, è condito da derive cantautoriali, cabarettismo estemporaneo, progressioni stranamente surf e iniezioni di rumorismo violento. “Fra il punk e il funk la differenza a volte è solo nell’iniziale”, come dice Lemmi. E non è il solo a poter testimoniare per noi di cotanta funkytudine. Visto che sull’affollato palco del posto si sono alternati un pò tutti i nomi di spicco di scene musicali differenti, dal rap al jazz, passando per altri sottogeneri, derive e strumenti. Ospiti tanto attesi quanto inattesi, di passaggio, estemporanei, e ognuno ha degli aneddoti niente male, con una visione spesso coincidente. Ne abbiamo sentito qualcuno per voi…

Francesco Cangi, foto di Lorenzo Masi

Francesco Cangi, foto di Lorenzo Masi

Francesco Cangi è il trombonista di fiducia della casa, chiedete a lui per iniziare cosa implichi unire dal vivo una band con dei rappers e dei deejays, e lui vi risponderà entusiasta che (…)fin da sempre l’hip hop è stato visto come un connubio tra consolle e cantanti. Con questa formula dj/rappers/live band si capisce chiaramente che l’impatto è gigante. Parte il beat, la band suona, entra il rapper, tutti improvvisano. Un’alchimia fortissima. Siamo in Italia, la gente balla solo con i dj; metteteci una band accanto e sarà come benzina sul fuoco!…Spesso il primo set del live è dedicato alla pura improvvisazione strumentale, per scaldare la situazione. Poi iniziano le rime, gli ospiti, le collaborazioni, e tutto viene giù fino a che il sole non fa capolino…”

Stefano Tamborrino, foto di Lorenzo Masi

Stefano Tamborrino, foto di Lorenzo Masi

Tamborrino è un funky drummer, anche se viene dal metal. E rimane hardcore, quando definisce Yes We Jam “(…) una delle serate più fuori controllo a cui io abbia mai partecipato. Avverto una sorta di responsabilità storica nei confronti di questo evento in quanto conobbi Millelemmi nel 2010, proprio in un concerto di matrice hip/jazz che all’epoca organizzai in un piccolo club fiorentino. Durante il concerto si alternarono vari rappers, tra i quali Francesco, che, come al solito, salendo sul palco non mancò di scatenare l’inferno. A distanza di quattro anni, lui è riuscito ad imporre YWJ come centro nevralgico del rap italiano suonato live, dove il pubblico ha modo di avvicinarsi a un genere musicale che nel resto d’Italia trova ben poco spazio. Questo vale anche per i musicisti che fino a pochi anni fa non avevano idea di cosa fosse un beat e oggi trovano un contenitore dove poter esprimere i risultati dei loro nuovi ascolti. Un gruppo eterogeneo di appassionati del ritmo suonato si incontra sul palco senza aver stabilito niente a monte. Si comincia da un groove e lo si lascia scorrere fino a quando le note non s’intrecciano con le parole, le parole con i beat elettronici e i beat con i piedi della gente che balla.”

Franco Santarnecchi, foto di Lorenzo Masi

Franco Santarnecchi, foto di Lorenzo Masi

Il tastierista Franco Santarnecchi parla quasi come uno sciamano, quando dice che “(…) la musica viene creata all’istante, e questa urgenza fa sì che con molta probabilità sia la più
adatta al momento che si vive, ha una sua freschezza e viene avvertita come realtà, come espressione di ciò che è lì. Perché questo accada si animano le funzioni strutturali, o partendo da un ritmo o da una serie di accordi o da una melodia o dai testi. Tutto si organizza come in una tribù, dove c’è chi deve fare il lavoro pesante (portare il ritmo), chi pianifica le risorse (la struttura armonica), chi va a caccia (ah, i solisti) e chi organizza il rituale invocando gli spiriti (i rappers). A vedere, o partecipare o a suonare in questo contesto, si ha la sensazione che i performers siano un prolungamento del pubblico e viceversa.
Il risultato musicale può essere in moltelplici modi: onirico, surreale, impressionista.
Non ha più importanza il che cosa è, ma cosa succede.”

Jedi Master Danno, foto di Lorenzo Masi

Jedi Master Danno, foto di Lorenzo Masi

E se i musicisti di zona sembra siano d’accordo, sembra che non siano di diverso avviso gli ospiti, basta sentire Er Danno: “Yes We Jam? Oddio non ricordo bene, ero abbastanza ubriaco perchè ero con Dj Craim che offre sempre da bere, mi ricordo di un autentico Jazz Club al centro di Firenze, sottoterra, con Millelemmi vero professionista che gestisce la situazione su un piccolo palchetto dove suonano musicisti, djs e chi ha voglia prende il microfono e succede qualcosa di bellissimo (…) e si fa musica, anzi Musica, dal semplice riadattare un proprio pezzo con gli strumenti a lanciarsi in qualche freestyle spericolato seguendo il batterista (che in realtà è lui che ti segue…) e tutti gli altri strumenti, non so, quando sono stato a New York ho capito che è una cosa che succede praticamente tutte le sere, ma qui in Italia è ancora un’eccezione…e penso che chiunque faccia rap dovrebbe provare un confronto del genere, imparare a essere uno strumento in mezzo agli altri, cosa che viene difficile per un rapper che di solito è il protagonista assoluto della scena..e invece con i musicisti ognuno ha il suo spazio e fa la sua parte, interagisci e crei…“. E come nei migliori parties, gli aneddoti non mancano…”La mia memoria non è affidabilissima, ma sono sicuro che c’è stato un momento in cui tutti suonavano, il batterista menava come un maledetto, Craim scratchava e io stavo facendo freestyle con Millelemmi in un 4 e 4 mortale quando dal pubblico si è avvicinato questo tipo facendosi largo fra la gente, con in mano uno strumento a fiato, mi pare un sassofono…l’ha alzato per farlo vedere agli altri mucisti che hanno risposto con un cenno, uno sguardo che probabilmente solo loro potevano capire, e in un secondo era lì sul palco a suonare con tutti noi e il posto ha cominciato a volare…”.

Alien Dee, foto di Lorenzo Masi

Alien Dee, foto di Lorenzo Masi

E lo human beatboxer Alien Dee non può che sottolineare il carattere del padrone di casa e della sua creatura multiforme e poliedrica, se gli chiedete aneddoti ne avrà diversi, e vi parlerà con una bella luce nello sguardo. “YWJ è una di quelle cose del tipo che ogni tanto ti guardi con gli altri ragazzi con cui stai suonando, e che non conoscevi fino ad un’ora prima di salire sul palco, Lemmi escluso, e ti rendi conto della magia del palco, della musica, dell’improvvisazione. E te ne accorgi perché lo vedi nei sorrisi e negli occhi di chi ti ascolta. E da lì si autoalimenta (…) Penso che le persone invitate a suonare sanno cosa succederà quella sera…parlo per me, ma penso sia quello che succede un po’ nella testa di tutti…inizi a pensarci sin dalla mattina stessa in cui metterai piede sul palco di YWJ. Inizi a pensare a cosa farai, come ti muoverai, come interagirai. Non è semplice. Comunque il livello di responsabilità è altissimo quando prendi parte ad un ensamble dove nula è preparato…sbaglia uno, sbagliano tutti. Bisogna essere bravi a sfruttare l’errore quando capita, i propri e quelli altrui e rimettersi subito in piedi come non fosse successo nulla. Di base unire persone che vengano da strutture musicali diverse non implica una grandissima difficoltà in termini di “unire”, specie, penso, in tempi moderni dove le barriere tra i generi sono molto meno serrate e i musicisti sono abbastanza abituati a saper suonare in diverse e varie situazioni (…) quando arrivi sul palco di YWJ trovi sempre musicisti che sanno cosa stai per tirare fuori e si aspettano da te che li seguirai nel loro momento AfroBeat o Reggae. In questo vedo la magia di YWJ.

DJ Bioshi, foto di Niccolò Brighella

DJ Bioshi, foto di Niccolò Brighella

Se non fosse chiarissimo il concetto, DJ Bioshi non lascia spazio a dubbi: “Durante la serata c’è una band di musicisti, a mio avviso veramente bravissimi, che inizia ad improvvisare e piano piano inizia la fusione con gl ospiti di stampo più hippoppistico. E quello che esce è unico, sul palco in un attimo si possono vedere sguardi velocissimi che cercano di capirsi a volo, è tutto molto dinamico, e la cosa incredibile è che tutto questo riesce a tenere la gente sbalordita per ore, cosa che ho trovato pochissime volte nelle jam più classiche. Sono rimasto davvero colpito dalla velocità e la fusione che si è creata mentre io utilizzavo un mio beat sul controller Mpd, e tutto si fondeva perfettamente con il resto della band, utilizzando solo una parte del beat e costruendo un altro pezzo completamente improvvisato!

Potremmo continuare a parlare per ore di una cosa così semplice e vitale come una jam session, attraverso i protagonisti e attraverso le parole di chi vi partecipa anche solo ascoltanto o ballando o bevendo un drink, vi lasciamo giusto questi scorci e un pò di foto a testimonianza di un party vivo che nasce spontaneamente ogni domenica in un piccolo jazz club nel centro di Firenze. Se vi capita, fateci un salto. Ne vale veramente la pena.

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