Tracksuit e catenoni: breve storia della tuta nell’hip hop

Freddie Gibbs Tracksuit Adidas

Come ogni bravo movimento culturale più o meno underground scaturito nel secolo scorso in maniera spontanea e selvaggia, anche l’hip hop ha avuto nel suo dress code un ambasciatore rumoroso, indubitabilmente. E sebbene abito non faccia monaco, di norma, in questo caso l’abito rimane parte integrante dello stilema, quella più superficiale e forse per questo anche più riconoscibile, inscindibile comunque dal resto, in un quadro più grande. Attraverso l’uso più o meno creativo di capi d’abbigliamento, calzature ed accessori divenuti iconici nel tempo, gli hip hoppers di ogni era hanno contribuito radicalmente a (ri)definire lo street style mondiale, dall’underground al mainstream, arrivando a dettare legge sul mercato della moda e dello sportswear tout court, influenzando perfino le passerelle delle grandi griffe. Innegabilmente, l’hip hop ha fatto le fortune di molti brand, ed altrettanti da questo sono nati. Storia nella storia, la cura del proprio look è sempre stata chiave di volta per l’affermazione di sè per ogni ragazzino del ghetto, in ogni ghetto – o presunto tale – del mondo. Non per niente, intorno ai concetti di “self-expression” e “stile” si basa appunto la faccenda. Tra carrellata storica e riferimenti stilistici, cominciamo ad esplorare e riportare alla luce quello che è stata un pò l’evoluzione del modo e del mondo street sul versante fashion. Inizia oggi il Sol Brother, parlandoci della superossessione della scena per le tracksuit. Tutto quello che forse non sapete della storia dell’hip hop e le tute.

In principio fu la pelle. A New York i pionieri dell’hip hop, come Bambaataa, Rammellzee o i Furious Five, si distinguevano per un look a metà fra Mad Max, una gang di bikers e le foto di scena di Sun Ra. Non che a Ovest le cose fossero meglio: ve lo ricordate Ice-T vestito da incubo di Rob Halford in Breaking? E non parliamo della World Class Wreckin’ Crew di Dre e Yella, formata nel 1984, per cui l’unico aggettivo possibile è “improbabile”. A livello visivo, era una cattiva imitazione di Prince, con l’aggiunta di mascara e fard, che costò a Dre anni di prese per il culo durante il beef duro con lo scaltro Eazy-E.

afrika-bambaataa

Poi, a un certo punto, le cose cambiarono e, puf!, dal nulla, emerse la tuta firmata in acetato, orgoglio di ogni vero b-boy. Difficile dire chi sia stato il primo a lanciare la moda, ma di sicuro i posterboy del movimento furono i Run DMC, che già nel 1984 apparvero in copertina del primo omonimo album in tuta. Nel 1985, i kings from Queens avevano spazzato via la resistenza degli stravaganti completini in tinta stile Treacherous Three, sostituendoli con le loro stilosissime tute Adidas, ideali per la b-boy stance. Con Raising Hell l’immagine del b-boy tutto Adidas e Oberheim DMX era ormai cementata. Fu, evidentemente, un successo che cambiò lo scenario: la moda dilagò, tanto che il 1987-88 fu il biennio della tuta. Fu un plebiscito, celebrato nelle copertine delle uscite di tutta l’elite del mondo newyorkese. Fenomeno trasversale, attraversò sensibilità musicali completamente diverse, destinate a creare i classici del genere. Solo per fare qualche nome celebre, ricordiamo Mc Shan, Kool Moe Dee, il lyrical king T La Rock, gli Ultramagnetic MCs, Spoonie G.

Run DMC

Eric B & Rakim fecero dell’acetato un’arte: si veda il video di I Ain’t No Joke, dove il duo sfoggia una sciccosissima tuta Fila, mentre l’ospite Flavor Flav esagera con una stratosferica Gucci celeste e nero. Se ancora ci fosse stato bisogno di prove, che l’aria fosse cambiata si intuì quando Ice-T si riciclò come indossatore di tuta sulla copertina di Rhyme Pays, anche se i più, distratti dalle grazie dell’avvenente Darlene, forse non lo avranno notato. Da New York, ormai la tuta-mania si era estesa altrove, impazzando anche sulle copertine degli album della zona di Philly, come What’s My Name di Steady B, che sfoggia la stessa Fila di I Ain’t No Joke, e I Gotta Habit di Cool C.

Da lì in poi, nessuna marca di prestigio restò intatta, anche se probabilmente la Diadora fu quella meno citata e vista in giro a livello mainstream. Ma fu un trionfo di breve durata: c’era un nemico “interno” che stava per cambiare le cose per sempre. Era la tuta “custom”: i prodromi si erano visti sull’album di Rob Base & D.J. E-Z Rock, It Takes Two, dove in mezzo a costose tute fa bella mostra di sé una favolosa scarpa Nike customizzata Louis Vuitton, la stessa che anni dopo Bobbito Garcia riconoscerà come una delle calzature più ill mai apparse su una cover. Da lì in poi, Ellesse, Tacchini, Fila, Adidas, e persino Le Coq Sportif (che l’asso dell’acetato LL Cool J aveva destinato all’immortalità in I Need Love) sparirono, rimpiazzate dalle popolarissime variazioni customizzate in versione Gucci o Louis Vuitton, di cui Eric B & Rakim erano stati anticipatori sulla cover di Paid In Full.

E fu così che i fashionistas del rap si consegnarono anima e corpo ai “customizzatori”, di cui il più famoso fu certamente Dapper Dan, che creò il proprio capolavoro nell’iconica cover di Follow the Leader. Era il momento di massima commistione fra il rap e il gangsterismo di New York (ma questa è un’altra storia…) e le tute customizzate diventarono lo standard: ci cascò pure KRS-ONE, cliente assiduo della bottega di Harlem. La morte della divisa da b-boy classico fu definitivamente sancita dal video Me, Myself and I dei De La Soul, superata dal look simil-hippy – di cui i tre Plug si liberarono presto, a dire il vero – portatore dei valori della D.a.i.s.y. Age.

L’era della decadenza era ufficialmente iniziata: Los Angeles propose lo stile delle bande di strada, ispirato al carcere, inventò il G-Funk e, concedendosi al massimo di indossare i bomber dei Raiders, mandò in pensione l’acetato. NY rispose prima con delle derivazioni in stile sportivo, tipo l’obbrobrio in copertina di Unfinished Business degli EPMD, e poi con la nascita del movimento Timz ‘n’ hoodz, popolarizzato da click come Boot Camp e Mobb Deep, che, insieme ai dubbi spelling delle uscite Duck Down, faceva tanto “street”. Lo stile si cementò nell’immaginario di tutti gli hip hoppers, che scoprirono FUBU, Helly Hansen, Tommy Hilfiger. Parallelamente a questo, in sordina già da anni, adesso pienamente alla ribalta, si aprì il monumentale capitolo Polo, che meriterebbe una storia a parte. Morale della favola, però, della tuta non se ne parlò più…La cosa si riverberò anche sul versante musicale: in generale, le citazioni delle marche sportive erano ormai sparite, e i bei tempi di “Rossi and Martini sipping, Sergio Tacchini flipping” sembravano ormai lontani.

A inizio anni 2000 prese piede l’effimera moda delle tute cosiddette “velour”, dirette discendenti dei lustrini della Bad Boy, ma più underground. Questo capo di vestiario fece la fortuna di Freeway, che lo indossava in ogni pubblicità Rocawear, vero uomo immagine per il tutone in ciniglia, come di Kool G Rap e soprattutto di 50 Cent, che sull’estetica baller fu capace di costruire una carriera, ed un marchio di abbigliamento, G-Unit Clothing, tra l’altro. I suoi tutoni in ciniglia furoreggiavano, abbinati alle canottiere a costine. Anche grossa parte delle linee Rocawear e Sean John erano dedicate alla ciniglia e ai doo-rags, combo esiziale. Purtroppo, nonostante la strenua resistenza delle tute extralarge di Eminem (quasi tutte in cotone, però), anche quest’evoluzione dell’acetato segnò il passo, lasciando spazio alla moda crunk: l’ultimo sussulto d’orgoglio fu la tuta Fila di Nas in Stillmatic.

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Iniziò lentamente il dominio degli skinny jeans e della stravaganza fighetta, e le dinamiche che a questo portarono le investigheremo più estesamente ed altrove, visto che anche qui si tratta di altre storie. Però, a quel punto, la magia era definitivamente finita. Da lì in poi è praticamente oblio, con qualche parentesi interessante come i calzoni di tuta di Lil’ Wayne in A Milli e qualche estemporaneo show di Rocky Ross. Oggi cosa resta? Poco. Solo Freddy Gibbs in Thuggin’ e sulla cover di Piñata, e non molto altro, se non si contano le rivisitazioni nostalgiche che mettono sempre abbastanza a disagio. A noi, grandi amanti dell’etica working class di Osvaldo Bagnoli, della ricerca del beat perfetto in stile anni ’80 e dell’ignoranza ultramagnetica, la cosa fa un po’ tristezza.

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