The Blast Podcast #64: Belize in Inventario

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Questo incontro in realtà non è mai avvenuto. E anche se fosse, non possiamo affermarlo con certezza. Possiamo solo dirvi che la divisione Affari Esterni della Ghost Records ci segue da vicino e per questo dobbiamo agire con cautela. I nomi non contano, in un certo senso, e comunque non possiamo rivelarli, per proteggere i diretti interessati. Questa storia non è mai successa, insomma, eppure accade.

Classificati da un anonimo alla voce “pop e ritmi”, se una classificazione può avere senso o importanza, i ragazzi sono in espansione. R. suona le tastiere, canta e chiacchiera sciolto, M. invece è il miglior chitarrista infortunabile del mondo e del gruppo, F. è alla batteria, cresciuto a pane e Clyde Stubblefield, e si occupa dei visual ignorando gloriosamente una serie di videomaker fondamentali per taluni, trascurabili per altri, mentre Y. è l’addetto alle metafore, e ogni tanto forse suona anche, ma non ci è dato saperlo con certezza. Sappiamo che è anche l’ingegnere del suono, questo sì.

Di base, avrei dovuto intervistare dei musicisti sconosciuti ai più, poco più che ventenni, assolutamente freschi, senza nemmeno un album all’attivo e già un contratto, un paio di video fuori ed una miscela di suoni e suggestioni che spaziano dall’indie rock all’hip hop meno ortodosso e futuristico, non tanto nell’aspetto stereotipato del suono quanto in quello archetipico degli elementi che lo compongono. In pratica, invece, sono stato in pausa sala prove a casa dei Belize. A raccontarci i fatti nostri. E poi sul furgone a giro in città per andare a suonare. Forse. Fonti disparate non possono confermare.

La storia è ingarbugliata, come anche nelle migliori famiglie capita, ma sappiamo che tutto comincia da M. ed R., già compagni d’avventura in un precedente progetto con altri, che hanno poi abbandonato per mettersi in proprio, mentre Y. e F. vengono in un secondo momento, a loro volta da altri gruppi, con background paralleli ma differenti. Possiamo dire che M., a causa di malanni cronici, spippolava in maniera ossessiva programmi di composizione sul pc: “Mi sono buttato sulle produzioni al pc, avendo il braccio ingessato due tre volte l’anno e non potendomi sfogare suonando la chitarra, e così è un pò partito tutto“. Nel mentre, R. cercava stimoli per il nuovo progetto ascoltando dischi a cannone, Y. profetizzava di compiere un processo di sintesi tra elettronica e rock, F. invece scommettiamo fosse tranquillissimo per i fatti suoi, sornione, ascoltando e suonando del gran funk. La summa e la solidificazione del magma arrivano grazie ad Endtroducing di DJ Shadow ed a Walter White in Breaking Bad, crediateci o meno.

I giovanotti di cui non possiamo dire troppo travalicano le definizioni a cuore allegro, sintetizzando un percorso musicale autentico, fatto di ascolti vari ed egualmente validi nella loro diversità. Un viaggio di sale prova alla vecchia maniera, con le scritte sui muri ed i disegnini pazzi, gli strumenti veri da far suonare, e la voglia di sperimentare. Non sono rock in senso stretto, non sono hip hop. Sono in equilibrio tra mondi diversi, flirtando con ognuno di questi. “Nessuno di noi ha fatto mai hip hop, realmente – dice Y. – io vengo dall’emocore, postpunk, e anche gli altri, per quanto possano ascoltare i De La Soul o i Run DMC, hanno sempre avuto situazioni musicali più ispirate ai Radiohead che a Kendrick Lamar, per esempio“. Il loro collante però è hip hop, a sentire R., il quale pensa che “(…) l’equilibrio che troviamo adesso viene anche dal fatto che del mondo hip hop usiamo gli archetipi, gli elementi base, e solo in parte l’estetica, forse…cioè, oggi fuori ci sono produzioni pazzesche, noi invece ci andiamo a cercare le cose più basiche possibili“. Per capirci, Y. dice che la ricerca avviene grazie a “(…)il classico giro di batteria funky, dischi pazzeschi, produzioni old school, suoni di synth veramente molto basici, e via….

E se all’inizio avevano avuto il pensiero, per rispettare un pò la tradizione ed ampliarla, di inserire elementi campionati nella loro musica, finalmente lo spirito dei musici nell’arrangiamento dei pezzi ha preso il sopravvento. “Alla fine da un loop di batteria, ci metti una linea di basso, e una chitarra di qua, e poi un organo, e poi…cosa fai? Non ci metti un suono lì? Ed uno qui? E quindi escono fuori delle canzoni…“. Loro suonano, arrangiano e si arrangiano alla grande, non sono produttori di musica elettronica, però si confrontano con l’ignoto, e come dice Y. “(…) dalla forzatura, dal provare a fare qualcosa che non si sa fare, nasce qualcosa di nuovo, di diverso(…)“.

L’approccio di stravolgimento del canone è molto simile all’estetica del beatmaker hip hop o elettronico in generale, tutto sommato: e se R. ti dice che stanno ancora imparando molte cose, specialmente sulla parte di produzione elettronica, F. sorride sornione come sempre da quando l’ho incontrato, e, non senza una punta d’orgoglio, aggiunge che “(…) tutto quello che abbiamo buttato fuori fino ad ora è un prodotto fatto in casa…abbiamo fatto tutto da soli, che sia audio o che sia video. Siamo tutti musicisti strumentali, polistrumentisti, approdati in maniera diversa a questo progetto, quindi ci teniamo molto all’aspetto acustico…e ci intercambiamo curando insieme diversi aspetti, dalla comunicazione visuale al suono. Io per esempio, oltre a suonare la batteria, curo la parte grafica ed i video. E anche gli altri, in studio suonano un pò tutti gli strumenti, e Y. fa anche da ingegnere del suono.”

E se chiedi quali siano i loro dischi fondamentali nel tragitto sudamericano da Albuquerque al Nuovo Mondo, si svaria da Endtroducing a Blood, Sugar, Sex, Magik, pensa te. R. voleva fare un disco con dei breaks pesanti come quelli di Shadow, M. anche, per caso, e così inizia tutto. E ai fini del gruppo è importante citare anche Dear Science dei Tv on the Radio, “(…)in questo disco c’è tutto…suoni rock, rap elettronica funky…e tutto miscelato con un equilibrio perfetto. Diciamo che per molti suoni ci siamo ispirati a questo disco. E si passa per Beck, i Gorillaz, senza sorprese, oltre che per i primissimi De La Soul di Three Feet High and Rising e Run-DMC di Raising Hell. Ma c’è spazio anche per tessere le lodi di Kendrick Lamar.

La cosa che mi colpisce, nei loro commenti, è che, una volta di più, ho la certezza di essere di fronte ad un manipolo di indie rockers che approccia la materia hip hop con dei canoni completamente differenti, meno dogmatici e più liberi rispetto al malato di rap medio, e, seppure non abbiano sempre sott’occhio la cifra culturale di ogni lavoro di cui parlano, almeno dalla prospettiva hip hop, ascoltano il sound e lo decantano come moltissimi presunti addetti ai lavori non fanno o sanno fare, forse proprio perché eccessivamente concentrati sullo stesso snodo culturale di cui parlavo prima. O forse solo perché non ne sanno di musica? Comunque sia, R. ed M. si completano le frasi a vicenda, e dicono “Aver scoperto l’hip hop tardi è stata una figata per noi. Venendo dal rock e conoscendolo approfonditamente, lo vediamo e viviamo da musicisti. E tutti noi la vediamo con la stessa ottica da quando abbiamo iniziato a suonare, mentre l’hip hop, da ignoranti in materia, lo ascoltiamo da non-musicisti, non so come dire, in parte sì ma in parte anche no, perché non lo conosciamo. E la differenza è che un genere come il rock lo posso tranquillamente giudicare, con più cognizione di causa, mentre l’altro no“. Y. lancia la metafora “Noi siamo gli alieni, appena sbarcati sulla terra, che si ritrovano di fronte ad un albero di banane. Per te è tutto ok, le solite cose, noi invece siamo lì tipo WHOOOAAAAAA!“. Impeccabile.

In buona sostanza, sono a giro con un funky bunch, senza esserlo in realtà, nel furgone per andare a suonare, mentre si dicono cagate e si scherza seriamente, e da uno svarione sullo sbrilluccicare dei suoni di Lamar ci troviamo a parlare del glamour and glitz di questa Instagram era superfiltrata in cui viviamo. I ragazzi sono freschissimi a riguardo, e si preoccupano tanto della forma quanto della sostanza. E se video killed the radio stars, per loro non è un problema. Basta fare dei bei video con della bella musica, e farli circolare. Tutti si esprimono a gradi diversi, ma solidali come sempre. “E’ un’arma a doppio taglio”, dice M., cauto, mentre R. azzarda “A me piace questo aspetto, a dirti la verità. Capisco che sia importante essere giudicati attraverso la musica e basta, però anche la parte video mi diverte”, ed F. approva dal background. Sarà che qualcuno tra loro come primo lavoro fa il designer? Chissà. “Sai cosa? Se io guardo e penso ai vari decenni, agli anni Ottanta, o ai Novanta, trovo che vi fosse un determinato filone culturale, un qualcosa di preciso. E poi penso al 2010, e non trovo la stessa cosa. Ad oggi viene fuori di meno, o forse non riesco a trovarlo. Mi piacerebbe fare qualcosa da 2014, essere attuale, sfruttare i social network, i video, i free download…“, dice R., supportato da M. in uno slancio comune per “(…)contestualizzare stilisticamente il tutto(…)“. F., senza puntini sospensivi, afferma che usare gli strumenti a disposizione “(…)è anche un meccanismo per essere ancora più attuali. Secondo me non puoi non farlo perché non saresti completamente onesto nell’ottica 2014“. Y. arriva puntuale a chiosare “E’ proprio una questione di linguaggio. Noi siamo figli di quest’epoca, e se tu vuoi trasmettere qualcosa a delle persone, devi parlare la loro stessa lingua. De André negli anni Sessanta/Settanta parlava a delle persone di quegli anni. Raccontava delle storie, le trasportava all’interno di un contesto, se poteva usare Carlo Martello per lanciare un messaggio lo faceva. Apparteniamo a quest’epoca, per cui tutto è estetica. Il bello è cercare di fare un bel mischione, rapportarsi al presente tramite questi mezzi. E se da una parte sicuramente strozzano e uccidono la musica, e non le lasciano spazio, se è vero che oggi ti trovi negli stereo una Katy Perry tutta poppe e niente soul…noi stiamo cercando di fare il processo inverso, ovvero di mettere in primo piano musica sfruttando però una connotazione estetica e di ricerca d’immagine. Detto questo, noi stiamo anche un mese e mezzo su un pezzo, ed è sempre quella la primissima cosa. Non ce ne frega un cazzo di spendere mille euro, fare il video figo, e l’exploit con la canzoncina di merda, come gli Ok Go, che ne so…“. Si ride di gusto, sul furgone. Mica pizza, mica fichi.

E si chiacchiera di serie tv, dell’influenza letale di Saul Goodman sul gruppo, della difficile convivenza di Drive e Breaking Bad in cima alle classifiche di preferenze di ognuno, della poetica dei fratelli Cohen e di quella volta che fu necessario un momento di lucidità estrema per compiere una scelta delicatissima tra Belize e CocoJumbo, per battezzare la band…i ragazzi erano alla ricerca di un nome esotico, a quanto pare…La video culture, del resto, gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo del progetto, ed F., il videomaker, ammette che la cultura dei suoi soci in materia è fondamentale per aiutarlo ad evolversi nell’arduo compito di trasmettere i loro grooves in immagini. Da David Lynch a Sofia Coppola, una volta ancora i ragazzi hanno le idee chiare.

Tranne che sul prossimo album.
Vogliamo andare avanti ancora a fare un pò di video“, dice M.
A gocce, a singoli, siamo insieme da meno di un anno…“, aggiunge Y.
Con calma. Stiamo guardando come escono i gruppi ora. Una volta c’era l’idea di far uscire un corpus di roba, adesso invece è più sintetizzata. Produci qualcosa e lo butti fuori. Produci qualcosa e lo butti fuori. E magari alla fine si può riassumere tutto in un album“, parola di F.
Fare un album è ancora presto per noi. Ci pensavo in questi giorni…anche perché…sono sicuro che l’album voglio farlo, e bene, e se dovessimo farlo adesso non uscirebbe omogeneo, stiamo sperimentando, trovando i suoni, le prossime cose che usciranno saranno molto diverse da quelle uscite, ci stiamo divertendo…“. Parola di R.
“Io ho un background da studio, per diventare un produttore musicale. All’inizio, quando sono arrivati i ragazzi a dirmi di fare pezzo per pezzo, singolo dopo singolo, curare un pezzo e per un mese pensare al video e basta, beh, ‘sti cazzi, ho pensato, cheppalle…stavo sclerando, volevo ucciderli…Dall’altra parte però, per esperienza personale, lavorare sui dischi interi quando non hai un’idea chiara e non hai scritto tutto, è frustrante, deleterio, ti trascini, continui a cambiare idea…Invece così ce la stiamo veramente godendo. Esce il pezzo. Piace? Non piace? Chissenefrega! E’ solo un piccolo tassello, poi il muro lo vedrai quand’è finito…“. L’uomo delle metafore, ancora lui. E’ un pò la strategia del singolo, tipo i Jungle. O i Glass Animals. Singoli a macchinetta, e solo dopo un tot l’album. Eheh. E la gente ci casca, eh. Infatti io sono qui a parlare di ‘sti ragazzi come se fossero gli U2, ma hanno fatto solo due pezzi e non sappiamo ancora quando uscirà il terzo. Che stile, eh?

Alla fine, tra una chiacchiera mondana e storie di altri posti luoghi e persone tra ieri e domani, sul furgone dei Belize si suona qualcosa dall’impianto stereo. Parte un gran break di batteria, poi arriva una chitarra, poi un cantato e…eccolo, è giusto il bel podcast che vi portiamo oggi, Inventario. Un viaggio sonoro tra bassi batterie e synth, dall’acustico all’elettronico, senza passare dal via, a cui io invece devo tornare volando, e di gran carriera, così tanto che mi rendo conto dopo essere ripartito che a malapena sono riuscito a salutare a dovere i ragazzi, ma so che in qualche modo ci ribeccheremo. Inutile aggiungere altro, se non che, se siete arrivati fin qui, di seguito trovate il giusto compenso a cotanta cura e curiosità. In libero scaricaggio. E suonatelo forte, su.

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