TBP # 86 – Bob Corsi in Cangaceiro Disco Sertão

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Conobbi musicalmente Bob Corsi ai tempi del vecchio Circolo Degli Artisti, quello in via Lamarmora, vicino Piazza Vittorio, a Roma, ormai più di vent’anni fa. Il venerdì sera lì si teneva una serata chiamata “Black&Decker”. Quella era LA serata, insieme punto di ritrovo di diverse scene musicali e spot di danze scatenate fino a notte fonda, e specchio di quello che era una parte della Capitale nella prima metà dei Novanta, il tutto visto da un ragazzo alla scoperta del mondo e delle sue sfumature, filtrate dalla musica e dalle derive culturali ad essa legate. Sarà stato l’entusiasmo, la giovane età, la curiosità…era tutto buonissimo. Magico, e chi era con me se lo ricorda bene, chi non c’è più scommetto in questo momento starà sorridendo al pensiero delle nostre scorribande di allora, e della relativa colonna sonora.

Chiusa la mia parentesi romana, persi di vista (e d’orecchio) Bob, finché negli ultimi tempi, potere del net, del work e delle coincidenze della vita, non ho avuto il piacere di incrociare di nuovo il suo cammnino; e questa volta l’ho fermato, per ringraziarlo di cotanta magia espressa back in the days, per due chiacchiere sui suoi progetti attuali, sulle nostre passioni comuni, e, non ultimo, per portare a voi che leggete questa storia ed un pò di buona musica.

Partiamo dalla fine e torniamo all’inizio. Sulla tua bio oggi si legge “deejay, conduttore radiofonico, promoter, boss di una indy label, consulente per cinema e tv”: chi è Roberto detto Bob Corsi, e 
come e quando è iniziata la sua storia con la musica?


Sono nato nel 1965, e fin da ragazzino sono stato un grande appassionato di musica, prima attraverso i dischi di mio padre, poi frequentando concerti e negozi di dischi, che in quegli anni erano il punto di ritrovo e il luogo di scambio di informazioni per chi amava la musica. Da giovane ho suonato anche la batteria in una band di ska e reggae chiamata The Mobsters, e per qualche anno ho sfogato questo “amore”, suonando in giro e incidendo un paio di demo tapes (erano gli anni Ottanta e ancora si usava questo metodo di promozione), ed un paio di brani per delle compilation di un’etichetta britannica specializzata chiamata Unicorn Records, ed infine, nel 1990, un vero e proprio album per l’etichetta romana Klang Records intitolato La Cosa Nostra. Tutto questo è accaduto prima dell’occupazione della Pantera, che ha rappresentato un vero e proprio spartiacque per quello che riguarda la mia “carriera musicale”. Infatti in quel periodo ci fu una e vera e propria esplosione di band, anche improvvisate, che però hanno portato un’ondata di entusiasmo e di vitalità nel mondo della musica alternativa in tutta Italia. Negli anni ’70 e negli anni ’80 infatti, le serate danzanti (a parte le serate rock del Uonna Club e poco altro) erano in genere frequentate da un pubblico più omologato e politicamente erano considerate “di destra”, quindi off limits per i giovani disadattati come me. 
Con l’occupazione dell’Università invece si venne a creare un movimento politico, artistico, culturale che amava anche ballare e quindi c’erano feste da tutte le parti. Avendo capito che la musica suonata non era proprio il mio per limiti “oggettivi”, mi sono, come tanti in quel periodo, improvvisato dj ed ho iniziato ad organizzare delle feste dove suonavo la musica che più mi appassionava in quel periodo: reggae, dub, hip hop, funk, soul. Dapprima affittando delle sale ed in seguito entrando in contatto con quello che poi sarebbe diventato il Circolo Degli Artisti. Lì, tutti i venerdì, con degli amici e con la collaborazione di Lampadread (pezzo da 90 del reggae italiano), iniziammo ad organizzare un appuntamento settimanale chiamato Black & Decker, che divenne il luogo di ritrovo per tutti gli appassionati di musica black a Roma, nonché palestra d’ardimento per la nascente scena hip hop capitolina. Visto il successo della serata, mi venne chiesto di diventare direttore artistico del locale, lavoro che ho svolto dal 1991 al 1997, organizzando centinaia di concerti e facendo da “collettore” di quanto più variegato si muovesse nella Roma, in Italia e nel mondo, di quegli anni, e non solo nel circuito della musica nera, ma anche in quello del rock alternativo, della musica elettronica che in quel periodo stava giusto esplodendo, del metal, del punk/hardcore, della world music. Insomma, in quegli anni sono riuscito ad allargare il mio orizzonte musicale a 360 gradi, anche grazie alla collaborazione con Radio Città Futura, dove ho avuto il piacere di collaborare e condurre spazi musicali per una quindicina di anni. 
Alla fine degli anni ’90 ho iniziato a collaborare con lo storico negozio di dischi Disfunzioni Musicali, entrando a fare parte della sua distribuzione chiamata Helter Skelter, esperienza ai limiti del grottesco professionalmente parlando, ma che ha fatto da base per la creazione di quello che diventerà poi il mio lavoro di oggi, ovvero Goodfellas. Dopo l’interruzione della mia attività di direttore artistico al Circolo Degli Artisti ho continuato ad organizzare serate in giro per la città ed ho intensificato la mia professione di dj suonando i generi più diversi: jungle, elettronica, hip hop, colonne sonore, bossa nova, cumbia, afrobeat, house, italo disco, electro, mash up e tanti altri generi creando molte serate, con alterne fortune, nei luoghi più disparati, dai centri sociali, ai club passando per loft e spazi temporaneamente liberati.

Bob Corsi

Infatti i tuoi set spesso corrispondono a quanto di più eclettico si possa pensare. Come componi le tue selezioni?


In genere cerco di dare un’omogeneità al suono dei miei dj set lavorando più sulla timbrica e sul “colore” dei brani che non sul numero dei bpm, senza perdere mai d’occhio la pista da ballo però…una cosa che ho imparato in venticinque anni di carriera è che un dj è al servizio delle persone e, senza diventare un jukebox, che il rispetto di chi viene per ballare e non per sentire il mio momento onanista è fondamentale. Mi piace però spaziare nei generi musicali che ascolto, e mi annoia mortalmente rimanere in un unico ambito musicale, perciò sono felice se riesco a suonare cose diverse tra loro e a fare divertire comunque le persone.

Quali sono e sono state le tue maggiori influenze in termini di suono?
Ti direi la musica nera (soprattutto soul, reggae e hip hop) e il punk. Ma poi negli anni ho iniziato ad apprezzare e a farmi “influenzare” da tutto il resto della musica che ho la fortuna di ascoltare.

Il tuo lavoro è inscindibilmente legato alla presenza del vinile: il diggin’ in the crates, quindi, è una passioncella per te o un malattia? Qualche episodio particolare legato ai tuoi giri di diggin?

Lavorando per un distributore musicale ho avuto la fortuna di poter saziare la mia voracità musicale, ai limiti della bulimia, cosa che mi ha portato da una parte a collaborare con il programma di Radio 3 chiamato Battiti e a divenire un consulente musicale per agenzie pubblicitarie e case di produzione cinematografica, dall’altra ad accumulare un numero di vinili impressionante. C’è stato un momento della mia vita che sono arrivato ad averne più di 10.000 e che, causa traslochi, problemi di spazi e alterne fortune nella mia vita privata ho dovuto in parte vendere. Qualche anno poi fa ho scoperto che ci sono dj romani che hanno iniziato a fare questa attività ludica grazie ai vinili che mi sono venduto…
Non sono un appassionato di fiere del disco però, prezzi assurdi, gente fuori di testa e un’atmosfera da monomaniaci che non mi appartiene. Per me la musica rimane gioia e piacere dell’ascolto, del ballo e del fare stare bene le persone ascoltando musica bella e se c’è una cosa che non tollero proprio è la “spocchia” del collezionista (soprattutto se poi diventa pure dj).

Parliamo dunque di Penny Records: come nasce e si sviluppa il progetto?
Penny Records nasce qualche anno fa grazie all’ispirazione della serata che ancora faccio a Roma chiamata Magnetica e di una ragazza con la quale stavo qualche tempo fa, e di uno storico mangiadischi che ci accompagnava in quel periodo.
L’idea era quella di stampare su vinile rarità di r’n’r, calypso, r&b, soul, latin che vengono vendute a prezzi senza senso su Discogs, e quindi fare delle raccolte dj-friendly da portare in giro. Infatti i primi dischi che ho stampato erano proprio questo, raccolte più o meno tematiche che contenevano tutte gemmne da dancefloor, stampate in vinile da suonare a 45rpm. Il CD allegato era solo il gadget in più e la grafica, bellissima, veniva curata dall’illustratore Scarful. Visto il successo di queste raccolte, ho allargato lo spettro produttivo ad un’altra mia passione, la musica per immagini e per la serie Criminale mi sono fatto aiutare da uno dei più grandi esperti che c’è a Roma, ovvero David Nerattini, che ha magnificamente compilato i primi due volumi, che sono andati esauriti in pochissime settimane. David poi lavora per un grande editore romano chiamato Flipper Music e da questi archivi abbiamo tirato fuori le ristampe di album rarissimi di gente del calibro di Alessandro Alessandroni e Daniela Casa. 
Poi la storia con la tipa è finita a “schifìo”, e li c’è stato una specie di blocco emotivo che mi ha fatto sospendere le attività dell’etichetta, che grazie al cielo ho ripreso in mano a settembre dello scorso anno per produrre il nuovo disco del progetto La Batteria. Il disco sta avendo un ottimo riscontro in Italia e in piccola parte anche in Francia, USA e altri paesi in giro per il mondo.

E se invece dovessi dire Goodfellas?


Goodfellas è il mio lavoro principale, sono uno dei soci fondatori ed è per me motivo di orgoglio, di sofferenza, di sclero, di insonnia, di gioia…insomma è tanta roba. Distribuzione, produzione, edizioni musicali, promozione, marketing, digitale, stampa di CD e vinile, import, export faccio di tutto, più o meno bene, ma sicuramente ancora con grande passione.

Dal tuo osservatorio, come si sta evolvendo il mercato discografico indipendente oggi?


È un discorso lungo e complesso, però credo che questo sia un buon momento dopo la grande crisi che ha colpito il settore nel 2008. Crisi che ha fatto molte vittime, ma che in maniera quasi darwiniana ha lasciato sul campo le persone più motivate e capaci di trovare forme alternative di sopravvivenza nel mondo del circuito indipendente. Dal mio punto di vista, il fatto di non avere mai mollato il supporto vinile e, con Goodfellas, di essere diventato uno dei riferimenti più importanti per la distribuzione di questo supporto nel mondo è motivo di grande orgoglio.


Prossime mosse di Penny Records, e di Bob?


A fine maggio usciranno due nuovi volumi della serie Criminale (“Vol. 3 – Colpo Gobbo” e Vol. 4 “Violenza!”), sempre curati in collaborazione con David Nerattini, e poi le ristampe di due classici album di swing e calypso: Louis Jordan Somebody Up There Dig Me e Lord Flea & His Calypsonians Swingin’ Calypso. Seguite Penny Records sulla pagina di FB oppure Bob Corsi su Mixcloud.

Ultima domanda e poi via alle danze: cosa hai suonato per noi?


Per strettoblaster mi sono divertito a suonare una serie di brani dal flavour disco brasileiro, con artisti come Sergio Mendes & Brazil 77, Luciano Perrone, Coco Raizes de Arcoverde, Scassaia, Padre Miguel, Michael Jackson, Cesaria Evora, Chubb Rock, Azymuth, Liquid Liquid, Di Melo, Jorge Ben e Sergio Ricardo.

Grazie Bob, due volte tanto. Adesso, musica!

DOWNLOAD: The Blast Podcast #86 – Bob Corsi in Cangaceiro Disco Sertão

The Blast Podcast #86 – Bob Corsi in Cangaceiro – Disco Sertão by Strettoblaster on Mixcloud

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