Swinging David Bailey

David BaileyAlzi la mano chi di voi ha chiesto un consiglio ad un amico fotografo quando ha voluto comprare una macchina fotografica, ora alzi anche l’altra mano chi si è sentito rispondere “dipende da quello che vuoi fare”. Now, freeze. Ok, ora che siamo tutti con le mani al cielo, perchè tutti ci siamo sentiti rispondere la stessa cosa, cerchiamo di capire che cosa vorrà mai dire.

Perchè ci dovrebbe essere così tanta differenza tra una macchina e l’altra in base a quello che vogliamo ottenere? In fondo, si tratta di fare click su un tastino e portarsi a casa un bel ricordo; oppure, se siamo amatori organizzati, di ottenere uno scatto che ci possa far pronunciare la frase “sono capace anche io di fare quelle foto lì”.

Personalmente, credo che capire che cosa si voglia fare sia non solo il primo passo per approcciarsi alla fotografia, ma che sia l’aspetto fondamentale da definire se si vuole essere fotografi: una volta capito questo, il mezzo meccanico che scegliamo diventa secondario. Non servirà a molto il fichissimo modello Canon appena uscito, né la nuova Nikon che ti è costata tre dita della mano sinistra, se non sai dove stai andando e non sei in grado di ottenere delle buone foto con una usa e getta comprata in tabaccheria.

La fotografia con la F maiuscola è una combinazione di fattori che devono trovare un loro equilibrio. Chiaramente ci possono volere anni, ciò non toglie che, se non si ha ben presente questo, non ci sarà mai un orologio in grado di scandire un tempo sufficiente a concederci il privilegio di definirci fotografi.
Senso artistico, empatia, tecnica, studio, abnegazione e flow devono convergere nel dito destro della mano ogni singola volta che stiamo per scattare.

Di tutto questo solo il flow non si può imparare, ma se non si accettano le altre componenti si percorrerà ben poca strada. I grandi fotografi, compresi quelli di cui parliamo su queste pagine, oltre ad avere tutto questo sono facilmente “etichettabili” in un dato stile, salvo poi ritrovarsi a parlare di David Bailey.

Un fotografo di moda? Un fotografo musicale? Un reporter? Cos’è Bailey? Nato a Londra nel 1938, imparò la fotografia da autodidatta in adolescenza, e dopo il servizio militare divenne assistente fotografo, nel 1959, per essere poco dopo assunto dalla rivista di moda Vogue. Sarebbe limitante definirlo un fotografo di moda, tanto quanto sarebbe un errore identificarlo come il fotografo dei musicisti che nella Londra degli anni Sessanta stavano dando vita al rock.

Universalmente riconosciuto come il fotografo della Swinging London, Bailey è riconosciuto come la prima vera celebrità nel campo della fotografia. La sua poliedricità non ci permette di incasellarlo e dare una definizione precisa del suo lavoro, d’altronde che interesse potremmo avere nel mettere un’etichetta ad un uomo che nel suo intero percorso artistico ha spaziato da un capo all’altro della fotografia, rimanendo sempre estremamente fedele a sé stesso? La pulizia, l’apparente semplicità e lo studio delle luci di posa hanno concesso a Bailey di esprimersi su innumerevoli fronti.

Suo il merito dell’ingresso della street photography nella moda, nonostante non sia uno street photographer puro, la qual cosa ha significato anche l’ingresso della moda nella street photography.
I suoi ritratti impeccabili di grandi musicisti contemporanei sono gli stessi che gli hanno aperto le porte per il documentario censurato, perchè ritenuto oltraggioso, con Andy Warhol, così come i suoi scatti nell’East End ancora devastato dalla guerra gli hanno concesso di utilizzare dei delinquenti (i gemelli Kray, noti malavitosi londinesi) nei suoi scatti più classicamente di posa.

L’apertura mentale di questo fotografo ancora attivo lo ha portato negli anni più recenti all’uso di uno smartphone, così come al progetto “Democracy”, in cui lui ha settato l’impostazione tecnica dello scatto posizionando le luci e i soggetti ad una data distanza, invitando dei perfetti sconosciuti a posare per lui. Il risultato è potente e identico come se di fronte all’obiettivo ci fossero stati ancora attori e personaggi famosi.

Un lusso che ci si riesce a concedere solo quando il valore intrinseco dei propri scatti raggiunge e supera l’ostacolo della necessità che una foto colpisca, quando ad essere ritratto è un soggetto che di per sè si porta dietro una sua storia nota al pubblico.

Recentemente sono stato a Milano per assistere alla sua mostra Stardust, un’esposizione di più di trecento scatti, curata dall’artista stesso. Aver visto il suo intero percorso artistico, con una scansione dettata dall’autore stesso, mi è sembrato l’unico modo per riuscire a percepire l’intera storia fotografica di Bailey, bypassando la necessità di incasellarlo in un ruolo preciso nel mondo della fotografia. Il senso di libertà artistica che ne deriva supera il piacere stesso della visione di foto così belle.
Gioia pura per chi ama quest’arte.

La frase che mi ha risuonato in testa per tutto il tempo è stata
“scegliamo chi essere prima di scegliere cosa fare”.

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