Production Specs: Clas K

Clas K producer beatmaker strettoblasterClas K è un nome per certi versi nuovo ai più. Attivo come producer, sound engineer e deejay ormai da quasi una decina d’anni, è un beatsmith dal basso profilo e dall’alta prolificità, oltre che eclettismo. Balzato agli onori delle cronache prima con il suo gruppo, Fool Effect, con cui ha girato in Italia e all’estero, e più recentemente grazie alla collaborazione con FFiume nel progetto Underlife, l’ospite odierno è tanto discreto quanto dinamico musicalmente, sia in studio che live. Un beat-scholar del suono hip hop, un sound engineer preciso e puntuale, Clas K non disdegna sortite in territori differenti dal più consueto boom bap. Interessanti infatti le sue soluzioni in chiave trap, ammiccando ad un suono più moderno, e la cura del suono di diverse realtà del sottosuolo romano, quello da cui lui stesso proviene. Amante di atmosfere molto dense, foriero di un jazz oscuro, con venature di elettronica e arrangiamenti tanto semplici quanto efficaci, lo abbiamo sentito per portarvi il suo punto di vista e la sua esperienza sul beat-making, la produzione, ed il missaggio. Ladies and gents, Clas K.

Primo beat venduto/piazzato?
Piazzato, sicuramente a my man Revo, nel lontano 2008/09, con quell’entusiasmo tipico dei pischelli. La sensazione di una voce finalmente sopra ad una propria creazione, a oggi è ancora indescrivibile. Era una roba marcissima, realizzata campionando del “banale” soul americano, che assolutamente non ricordo più, ma, come accade spesso col soul, strausata. Non avevo minimamente idea di cosa stessi facendo, c’era solo gran voglia di fare e di ascoltare musica nuova, soprattutto.

Quanto ti ci è voluto per produrre qualcosa di cui fossi fiero?
Parecchio tempo, diciamo che io ho iniziato attorno al 2008, senza sapere cosa fosse un campione, o la quantizzazione, o l’equalizzazione. Essendo quasi sempre stato un autodidatta, prima di avere qualcosa che al mio orecchio fosse valido ho dovuto far parecchio “trial and error“. Diciamo che i primi beats che mi convincevano sono stati quelli realizzati attorno al 2012, o giù di lì, ma come quasi sempre succede, vuoi perché ascolti roba nuova, vuoi perché maturi, cambi gusti o approccio, tutto quello fatto prima, a un certo punto, ti sembra inascoltabile. Quindi, se oggi mi ricapita di ascoltare roba di quel periodo, pur essendo relativamente valida, mi metto le mani nei capelli.

Il tuo set-up preferito per la produzione?
Non sono molto un tipo da hardware: conosco i campionatori, mi piacciono, alcuni li ho anche imparati a usare, ma mi reputo figlio del mio tempo, e non nascondo il fatto che uso primariamente il computer. Generalmente inizio i beat con Ableton e li finisco con Cubase, con l’apporto di una tastiera midi Akai MPK con cui suono i bassi, i vari ed eventuali synth e le batterie. Oltre a questo, ovviamente nel mio set-up non possono mancare un giradischi Technics 1200 e un mixer a due canali.

Il miglior “digging advice” che tu abbia mai ricevuto?
Sono sempre stato abbastanza solitario per quanto riguarda il diggin’, e non ho mai avuto grosse dritte. Sulla scelta e l’uso dei campioni in generale mi sono sempre comportato in maniera tale da tentare di far capire il meno possibile all’ascoltatore, soprattutto se addetto ai lavori. Nel senso, più mistero c’è, più mi sento soddisfatto, questo è stato il mio unico diktat in merito. Il mistero è uno degli elementi che mi affascina di più per quanto concerne il beat-making, se pensiamo che dei sample di alcuni classici ancora non ne sappiamo niente, a distanza anche di venti e passa anni. Da ciò deriva un’altra mia regola non scritta, ossia quella di non prendere campioni già utilizzati, o per lo meno di rielaborarli in maniera creativa, in modo da non far ricondurre per forza l’ascoltatore a beat di altri producer. Ci metto anche una questione di rispetto nei confronti di chi c’era prima di me, oltre a voler evitare categoricamente quella sensazione di “già sentito”.

Il produttore, negli ultimi 3 mesi, che ti ha fatto dire: “Oh, merda, devo tornare sulle macchine”?
Senza dubbio Dj Muggs, storicamente sono sempre stato un suo grande estimatore, ma ora con l’avvento di questa nuova ondata di hardcore ha avuto la capacità di rinnovarsi e ricordare a tutti che l’inventore di certe cose e di certi mood è lui, e nessuno può competere. La polverosità e l’acidità dei suoi beat nei progetti di Meyhem Lauren prima ed ora di Roc Marciano non sono che la conferma del fatto che è lui il king di questa roba. Ho subito tutte le sue evoluzioni, dai Cypress Hill e i Soul Assassins a Kill Devil Hills, fino ad arrivare ai progetti crossover tipo quello con i Cross My Heart Hope To Die, ed è uno dei pochi che mi ha fatto quasi ogni volta saltare dalla sedia dallo stupore, e i lavori di questo periodo ne sono la conferma.

Il peggior errore di produzione che tu abbia mai commesso?
I tempi in cui ero sbarbato e avevo i miei primi approcci al campionamento, mi capitava di pitchare il sample senza seguire il discorso delle ottave e dei semitoni, arrivando spesso e volentieri a toccare delle tonalità non esistenti, il che poteva pure starci, se lasciavo tutto così. Il problema è che quando ci suonavo sopra il basso, ad esempio, le note del basso non pigliavano quelle del sample, non essendo note “naturali”, quindi ero costretto a pitchare pure il basso, ovviamente tutto rigorosamente a orecchio, fortuna poco dopo me l’hanno fatto notare, e ho corretto il tiro. No comment.

Una dritta essenziale per il missaggio?
In un’epoca dove il ruolo del compressore nel mix talvolta è diventato quello del jolly, o del comune denominatore, ho notato che molti tecnici del suono tendono ad abusarne o ad usarlo senza criterio. Il compressore è uno strumento delicato, in certi casi usarlo è necessario, in generale meno lo si usa meglio è. In altre parole, se ci sono dei metodi alternativi per arrivare alle medesime conclusioni, è il caso di considerarli. Sia chiaro, non lo sto demonizzando, anzi, io sono molto propenso anche all’uso “creativo” di un compressore, a patto che venga sempre centellinato o usato nelle giuste occasioni, specie di questi tempi. Ormai siamo arrivati a standard di loudness parecchio alti, anche nel rap, e in generale in tutta la musica leggera, e nelle fasi di mastering il prodotto viene lievitato a dovere (a volte più del dovuto), perciò penso che almeno in fase di mix ne serva un uso ridotto ma intelligente.

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