Il mango, la weed ed il dub: conosci Mangoweeda?

Mangoweeda in azione
Se foste vagamente interessati alle possibilità che si aprono ai fumatori di erba spinella che mangiano il mango quando sono sballati, forse dovreste andare avanti a leggere. Se poi foste incuriositi oltremodo dal fatto che qualcuno di detti fumatori vada anche in fissa coi suoni dub e spaziali, abbiamo di che saziare i vostri appetiti. In che modo? Semplice.

Tempo fa, da una galassia vicino Genova, ci è arrivato in posta un disco nuovo nuovo, autoprodotto e fumante (ops) di fresco rilascio. Un qualcosa che gravita nell’orbita della dub music ma flirta con il club e l’elettronica, la ganja idroponica, la meditazione e la frutta esotica nei momenti in cui il corpo richiede zuccheri. L’autore di tutto ciò è Mangoweeda, e possiamo tranquillamente lasciare la parola a lui, per introdurvi a New Global Experience, per YET Collective, la release in edizione limitata su cassetta e digitale, che trovate qui.

Stralci garbati da una chat cosmica tra galassie allineatesi una domenica mattina per volere di forze arcane arrivano a voi. Non necessariamente quel che vi aspettereste da una conversazione spaziale, ma anche sì.

…se volessi cominciare a descrivere il tuo album ad una persona che non l’avesse mai ascoltato e non ti conoscesse musicalmente, che diresti?
New Global Experience è un disco eterogeneo, parzialmente descritto dal suo stesso titolo. Un album realizzato relativamente in breve tempo, ma che ha necessitato un processo lungo da parte mia, sia dal punto di vista della ricerca dei sample, sia dal punto di vista dell’estetica del suono. Ascolto dub da quasi vent’anni e in tutto questo tempo ho sempre sognato un giorno di riuscire a comporre un disco, e ancor più a sviluppare un progetto artistico che si fondasse nel dub. Il “problema” di questo genere è riuscire a coglierne l’essenza, i tratti caratteristici a livello produttivo per poi riuscirli a rielaborare in una forma personale. Quando ho iniziato a lavorare sl progetto Mangoweeda ho ripreso in mano tantissimi ascolti passati, ho studiato metodi di lavoro diversi da quelli che usavo precedentemente e ho circoscritto e raccolto gli otto brani che ho ritenuto maturi al punto giusto, come per i frutti della natura.

A chi ti sei ispirato per comporre l’album? Quali sono i metodi di lavoro a cui fai riferimento?
Nomi tantissimi, da mostri sacri di genere come King Tubby, Lee Perry e Prince Far I, passando per certe produzioni di Rihanna, la musica tradizionale berbera e quella etiope, dal Medioriente all’India. A livello di synth le mie contaminazioni sono sicuramente vicine a quelle di Brian DeGraw dei Gang Gang Dance, così come le modalità di impiego, gli arpeggiatori e i suoni a tratti acidi. Come metodi di lavoro mi riferisco alla strutturazione delle architetture di un pezzo, ovvero da dove partire. Il riddim. Ho preparato diverse soluzioni di riddim che poi ho sviluppato in base ai sample utilizzati, modificati ed editati. Bassi+batterie e percussioni al punto di partenza. Le melodie e il resto sono venute fuori di conseguenza. Mi capita di avere in testa magari una melodia che sbuca fuori da un cassetto della memoria, che mi pare di avere ascoltato in un qualche disco. Da li parte la caccia al sample, ricordarmi dove l’ho sentito. In parallelo costruisco il pezzo ritmicamente. Poi adatto il sample alla ritmica, lo stretcho, cambio tonalità, lo effetto.

Mangoweed at the controls

Ho ascoltato tutto per intero e poi di nuovo a spezzoni, e ho avuto l’impressione che ogni frammento rimanga sospeso tra una dimensione intima ed una più club oriented. Come una dimensione pubblica e privata, insieme, e penso sia un buon modo di approcciare l’ascolto, istintivamente.
Mi piace la tua lettura nell’ascolto del disco. Non ci avevo mai pensato consciamente e lucidamente, ma è esattamente quello che dici: volevo che nel disco ci fossero parti più club, ma anche parti più intime e oniriche.

Ti va di fare un track-per-track dell’album? Un anedotto per ogni traccia?
Ahahah, ok! Innerself è il primo pezzo in assoluto scritto come Mangoweeda, e quindi ho pensato fosse naturale e giusto utilizzarlo come prima traccia del disco. Ha circa un anno e mezzo, ed è cambiato dall’inizio. Durava undici minuti, aveva una parte ambient molto lunga verso metà, ma in fase finale ho deciso di ridurre per questioni di minutaggio totale del disco. In questo caso non c’è un vero e proprio campione, ma un canto maliano accappella, per intero, che avevo in una cassetta di musica africana che mi aveva registrato un amico del Mali qualche anno fa.

Chuyến Đi Astral è invece nata e cresciuta rapidamente. Volevo un beat reggaeton, ma volevo che il pezzo non suonasse reggaeton. Dopo aver programmato la batteria principale ho registrato la linea di basso con una Yamaha CS10. Poi ho trovato il sample vocale di cui avevo bisogno da un brano di Nabil Louhich, un cantante melodico tunisino molto popolare nel Maghreb. Ma volevo una voce femminile che parlasse di amore. E così l’ho pitchato ed è diventato perfetto. Mi è sembrata da subito un potenziale singolo. Amo questo pezzo perchè partendo dal reggaeton sono finito a fare un pezzo che per il pitch della voce richiama l’India, per il sound il Nord Africa, con un titolo in vietnamita.

Shaanti Pyaar Aur Sahaanubhooti al contrario è un pezzo con un sample di un canto da matrimonio indiano, la voce era femminile, ma è stata rielaborata maschile con processo inverso del pezzo che lo anticipa nel disco. Gli applausi sono i miei, messi a tratti fuori tempo per sfasare l’ascolto. Sì, sono sfasato.

Cinta Universal è il pezzo più diverso dal punto di vista compositivo. Infatti qui sono partito proprio dal sample, un canto tradizionale di Sumatra. Parla dell’amore universale.

Protis (Laughin’Buddha). Protis è uno dei nomignoli di uno dei miei gatti, ed è diventato titolo della canzone perchè durante un ascolto con la mia fidanzata ci è sembrato che il sample, che non è altro che un giro di chitarra fatta da me con lo slide ed effettata, dicesse “Protis”. Cosa che non è. “Laughin’ Buddha” è invece il nomignolo di uno strain che in realtà è l’Orange Buddha, ma che a me e ad un mio amico di Brno, Repubblica Ceca, pareva più corretto ribattezzare “Laughin'”. È un pezzo molto viaggioso e psichedelico, uno dei miei preferiti del disco. L’unico senza un sample di qualcosa non registrato da me.

Poi tocca a Kupanda Na Kuangazia. Un pezzo massiccio, synth predominanti e percussioni circolari. Il sample è tratto sempre dalla cassetta che ti dicevo prima, e proviene dal Burkina Faso.

Feral Mankind (King’s Bread from the Blue Mountains of Jamaica) è nella mia top 3 personale. Nasce poco dopo di Innerself, da un campione di un brano tradizionale etiope. E’ forse il pezzo più dub nel senso tradizionale.

No Fight (Jamaican Lion) è nata originariamente pre-Mangoweeda, era molto diversa. L’unico sample è quello di un saggio giamaicano che appunto spiega come non si dovrebbe combattere, non ci dovrebbero essere ingiustizie. Forse un filo retorico, ma esattamente quello che in questo momento storico, a mio modo, mi va di fare passare come messaggio chiaro e conclusivo del disco. E poi adoro il patois. E la Jamaican Lion.

A little bit of Mangoweeda

A cosa somiglia il pre-Mangoweeda?
Il pre Mangoweeda è in parte anche il suo presente (Japanese Gum), ma quello a cui mi riferivo con “No Fight” per esempio, è Fofy, un progetto durato per un paio d’anni circa ed al momento messo da parte. Ho sempre pensato ai progetti musicali come a progetti di vita. Crei le condizioni per sviluppare un’idea (che per me è al 90% estetica sonora) con gli strumenti migliori che possiedi per esprimerla. Ho sempre detestato band o artisti che reiterano alla nausea lo stesso bellissimo disco per anni.

Cosa mi dici invece del tema del “viaggio”? Inteso come luogo dell’anima, oltre che come impollinazione culturale con “mondi” lontani dal nostro: mi sembra un elemento forte della tua ricerca.
Amo il cambiamento, amo la messa in discussione. Forse è per questo che non vivrò mai di musica, se io stesso mi rompo le palle a fare la stessa cosa per anni nello stesso modo solo perchè funziona in termini di pubblico non ha senso che la porti avanti. Quindi mi piace fare cose in un certo modo, fino a quando ho qualcosa da dire in quel modo, e spesso ciò combacia con l’idea di suono: quando arrivo a delineare quello che è un determinato suono cambio. Tutto ha un suo inizio ed una sua fine, credo sia responsabile nel 2016 evitare di saturare l’etere con dischi che esistono già in una versione più spontanea, realizzata precedentemente dallo stesso artista.

Quanta parte i viaggi veri e propri in posti lontani dal tuo hanno influito sulla tua musica?
Personalmente non ho mai visitato luoghi “esotici”. Ho girato abbastanza negli States, praticamente ho fatto tutta Europa e ho in programma di registrare il nuovo Mangoweeda in Jamaica. Ma i “mondi lontani” li ho vissuti quotidianamente a Genova proprio, dove ci sono comunità africane, caraibiche e sudamericane molto nutrite e con cui ho sempre avuto scambi culturali. E in questo senso il “viaggio” come luogo dell’anima è una sensazione, una vibrazione, prima ancora che una vero e proprio fisico viaggio. L’impollinazione culturale appunto. Il famoso battito di ali della farfalla nell’ Amazzonia che influenza i cicloni. In realtà poi il posto che maggiormente mi ha influenzato è forse proprio il posto dove vivo ora, una casa in campagna alle porte di Genova, dove coltivo, vivo con la mia fidanzata, i gatti e una capra.

In assoluta tranquillità, gatton gattoni, trovate il preascolto del disco qui di seguito.
La galassia vi vuol bene, non trattatevi male, dai.

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