Let’s Rock con Jim Marshall

JIM MARSHALL
Se oggi, nel 2015, avessi 17 o 18 anni probabilmente non riuscirei a capire le parole che starei per leggere e le immagini che avrei davanti. O quanto meno farei fatica ad apprezzarle.
Internet per come lo conosciamo ora ha avuto la sua diffusione a metà degli anni ’90 ed è da subito diventato il più grande, credo l’unico, vero mezzo di diffusione e condivisione di massa. Gli iper testi ci consentono di saltare da un link ad un altro e di nutrire ogni nostra curiosità, le informazioni e le immagini sono a nostra disposizione 24 ore al giorno e poco o nulla sfugge al pasto mediatico del quale tutti ci nutriamo.
Ottimo! A volte ho l’impressione di aver imparato di più sul Web che tra i banchi di scuola.

Allora perché un ragazzo che ha a disposizione una riserva potenzialmente infinita d’immagini potrebbe non capire di cosa parlo? Perché paradossalmente avere sotto mano tutto e subito credo possa aver influenzato il gusto della scoperta e della ricerca. L’attesa trepidante del prossimo album del gruppo preferito, il nuovo numero della fanzine mensile e la scoperta delle foto di quel cantante che hai sentito in cameretta da un amico si è persa.
Prima del WWW l’unico modo per sapere che faccia avesse il tuo idolo era affidarsi alla capacità di un fotografo. Ed erano professionisti veri, che dedicavano interamente la loro vita a questo scopo. Studiavano arte e fotografia, seguivano i gruppi e gli artisti fino a diventare parte integrante della scena, erano direttamente le grandi major discografiche ad assoldarli, consapevoli che il successo sarebbe passato anche attraverso le immagini.

L’esempio più lampante di quanto avveniva prima viene dal rock, popolato da una miriade di artisti maledetti che devono il merito del loro ingresso nell’Olimpo della musica a grandi fotografi, primo tra tutti Jim Marshall.
Universalmente riconosciuto come uno dei più grandi fotografi di musica di tutti i tempi, e uno dei più prolifici, è stato il precursore dello stile che non richiedeva né posa né indicazioni ai suoi soggetti. Fin dalle scuole superiori, Marshall, imbracciando la sua macchina fotografica, cominciò a produrre immagini che ora noi possiamo definire iconiche. Assoldato giovanissimo dalla Atlantic e dalla Columbia per fotografare i loro artisti, ha scattato più di 500 copertine, ma soprattutto immortalato letteralmente la nascita e l’evoluzione non solo dei musicisti ma della musica stessa.

Il suo approccio di stampo reportistico era inconsueto per i tempi, alla fine degli anni ’60 questo tipo di tecnica era riservata ai fotografi di guerra. La frase di Marshall più emblematica in tal senso, e che spiega la sua scelta, è “When I’m photographing people, I don’t like to give any direction. There are no hair people fussing around, no makeup artists. I’m like a reporter, only with a camera; I react to my subject in their environment, and if it’s going well, I get so immersed in it that I become one with the camera”.

Non so quanto sia realmente necessario redigere la lista di tutti gli artisti che ha immortalato, o quanto sia importante ricordare una foto piuttosto che un’altra. Ovviamente il consiglio è quello di vivere a pieno i nostri tempi e di seguire il link al suo sito per scoprire di aver visto ovunque le sue foto, e forse anche di esserne stati influenzati senza rendersene conto. Così come ha legittimato il Grammy Awards alla carriera datogli postumo per l’enorme contributo dato alla musica nonostante non fosse un musicista.
In un’epoca in cui le foto dei concerti sono disponibili ancora prima che l’evento finisca, con gli artisti stessi a diventare cronisti della loro vita, fare qualche passo indietro per riscoprire da dove arriviamo sarebbe un ottimo metodo per proiettarsi in un futuro più appagante. Per lo meno fotograficamente. Ma non solo.

La mia personalissima sensazione è di una sorta di plastificazione, una corsa verso il basso che possa consentire allo spettatore di sentirsi protagonista senza averne merito e all’artista di by-passare il filtro di un occhio esterno proponendosi attraverso le immagini che lui stesso sceglie e produce. Marshall rappresenta la summa di tutto ciò che un fotografo che voglia lasciare il proprio segno debba fare. La tecnica, la cifra stilistica, l’approccio umano e la dedizione sono l’eredità che ci ha lasciato il più grande tra i maestri.

“ I’ve been very lucky, what can I say? The access was great and uh—this has been my life doin’ pictures and it’s never just been a job; it’s been my life. ”

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