Il senso del gangsterismo secondo Lennon: Project Mayhem


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Casomai fossero necessari segnali forti circa lo stato di salute della scena indie urban statunitense, in particolare di quella che prolifera al di fuori dello città e dello stato di New York – dal Midwest fino alla California, senza neanche parlare degli stati del Sud – di questi tempi è un attimo trovare delle conferme. Guardiamo Chicago, ad esempio: qui ad ogni angolo di strada si possono trovare buone nuove, stili e modalità compositive differenti, la scena musicale vive di propria vita senza aver bisogno di guardare altrove per trovare linfa vitale.

Oggi vi parliamo di Lennon, e della sua crew Project Mayhem, esempio fulgido di come il marketing di gruppo di cui RZA è stato pioniere e primo profeta ancora oggi dia dei buoni frutti. Difatti, la complementarietà dei singoli componenti del collettivo (TREE, Ish, Paypa e Marco Dane, assieme al già citato Lennon The Great) serve a cementarne la compattezza, e fa da background alle mosse del collettivo sia in senso artistico che imprenditoriale. Il progetto del gruppo è appunto quello di creare (ovviamente) consenso intorno alla loro musica, ma facendo più rumore possibile con il loro approccio compositivo, in delicato ma energetico equilibrio tra il passato ed il futuro, mescolando elementi della soul music (Chicago dolce casa, d’altronde) a sonorità virate verso la trap più strafottente e moderna. Con classe.

La voce baritonale di Lennon è riconoscibile su tutti, scivola sul tappeto ritmico scandendo l’incedere della battuta in modo imperioso, portando l’ascoltatore a sè con naturalezza. Tree risulta più melodico, graffiante, con dei pattern vocali non meno semplici, probabilmente coadiuvato nelle sua stesura lirica dal fatto che è lui il mastermind sonoro del gruppo, il responsabile della produzione musicale, e quello con più esposizione al momento – di lui gira in rete materiale solista molto interessante, come questo – la sua soultrap da Chicago è a giro da un pò nel circolo degli addetti ai lavori, e presto sentirete parlare più estesamente di lui, anche su queste pagine, sicuramente. Paypa e Marco Dane rimangono un passo indietro rispetto ai due mattatori, ma sanno comunque sostenere i compari in modo egregio, garantendo alternanza e movimento al sound, che, da apparente confusione organizzata, si eleva ad essere una miscela esplosiva di stili originali. La forza del gruppo è questa.

Le liriche, infine, li aiutano, del resto, a dare una buona definizione di quello che è grown man rap, lasciando spazio a sentimenti e all’introspezione, e non solo al machismo e agli autocompiacimenti. Che non mancano, e va anche bene, altrimenti tutto diventa pappa-soul-un-tot-al-chilo. Il singolo Gangsta è estratto dall’album di Lennon Hindsight, che trovate qui in free download, inutile consigliarvi l’ascolto del pacchetto globale.
Il soggetto è una provocazione sul vero significato dell’essere un criminale, una riflessione con una chiave di lettura precisa, in prospettiva rivoluzionaria, che il video diretto da J2 esalta e sottolinea, giocando con immagini fortemente iconiche per l’America, cariche di significati, simboli impattanti del fenomeno di autodeterminazione afroamericana filo Black Panther Party e dintorni.

Non sarà sicuramente una rivoluzione, o un grand gourmet in senso assoluto, ma piuttosto che rincoglionirvi della solita polpetta ritrita, panini genuini per i vostri dentoni.

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