The legendary Mick Rock

Mick Rock COPERTINASe potessi esprimere uno dei tre desideri che il genio della lampada dovesse offrirmi, chiederei che ognuno di noi avesse un fotografo personale che ci segua e racconti la nostra storia.

Ma non uno qualsiasi, vorrei qualcuno bravo, sensibile e con una sua cifra stilistica ben strutturata. Sarebbe la fine delle immagini in cui sembriamo appena usciti da una lavatrice industriale, mentre della persona che abbiamo accanto riusciamo anche a percepire il profumo di rose da quanto è venuta bene: pensate, la fine dei selfie irrimediabilmente tutti identici uno all’altro (no, amici, quelli non sono autoscatti, quelli siete voi che fingete di avere una vita).

Certo è impossibile, per questo per i sogni ci si affida ad un grasso genio che vive in una lampada nutrendosi di polpette, ed è sempre per questo che quando un bravo fotografo ci immortala riusciamo a stupirci di quanto possiamo “venire bene”.

Il gusto per una foto rimane sempre soggettivo e quindi se un gondoliere al tramonto continua ad emozionarti temo non ci siano altre speranze che munirsi di pazienza e cominciare a sfregare lampade. Ma, con un colpo di reni di volontà, si potrebbe affinare il gusto passando attraverso i grandi maestri che hanno saputo alzare il livello fino a dettare i canoni con il loro lavoro.
Non ho mai trovato molta differenza tra un reporter di guerra e un fotografo di scena, quando quest’ultimo fosse del calibro di Mick Rock. Sono le stesse doti, la stessa sensibilità e la stessa aspirazione a renderlo un maestro del suo genere tanto quanto un David Seymour nel proprio.

Fotografo, Mick Rock, nato a Londra nel 1948, giusto in tempo per essere poco più che ventenne nei Settanta del rock di David Bowie, Syd Barrett, Debbie Harry, Iggy Pop, i Queen e tutti quei nomi che hanno aperto le porte delle nostre camerette a Satana.
Come nel caso di Jim Marshall, il merito dell’ascesa di questi nomi all’Olimpo della musica passa anche attraverso gli scatti emblematici di Mick.

Durante tutti gli anni Settanta e parte degli Ottanta la sua carriera ha toccato l’apice della ritrattistica in campo musicale, tanto che le sue foto di stage e backstage hanno aperto una finestra dalla quale chiunque vuole affacciarsi. Successivamente, e fino ai giorni nostri, Rock ha continuato a ritrarre i volti della musica, ma devo ammettere che personalmente trovo i suoi scatti più recenti meno intensi dei primi, seppur rimangano attestati su un suo standard qualitativo molto alto. D’altronde, è impensabile pretendere dalla stessa persona che per più di quarant’anni ogni sua foto sia un capolavoro.

L’insegnamento che si trae dall’opera di Mick è principalmente, ma non solo, di pretendere di più come spettatori: il tutto avviene attraverso fotografie che alimentano le nostre domande nel momento stesso in cui ci danno anche delle risposte. Io, perché sognare non costa nulla, sceglierei lui come mio fotografo personale. E la domanda potrebbe sorgere spontanea: “Quindi dovremmo essere tutti famosi per avere degli scatti di questo livello!?”

No, amici, no. Potrebbe essere sufficiente affinare il gusto e affidarsi alla miriade di bravi fotografi che abbiamo intorno ma che non hanno un nome, gli stessi che invece devono destreggiarsi tra madri della sposa isteriche, o casalinghe del ventre durante il loro saggio di fine anno, che pretendono di apparire come Marilyn Monroe su Esquire, scegliendo le pose e magari pagando con un caldo abbraccio. L’arte non è negli occhi di chi guarda ma in quelli di chi la produce, la nostra unica scelta è se abbandonarsi all’Amore o lottare contro di esso.

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