Le mani di Miles Davis

miles_irvingpennCos’è a rendere un artista degno di questo appellativo? Cos’è che che ci permette di elevare un buon musicista, ad esempio, a tale soglio, tanto da arrivare a definirlo genio e consacrarlo nel suo campo come una leggenda? Oggi il termine “artista” è sicuramente troppo inflazionato. Un grande artista è un individuo in grado di dominare la tecnica, certamente, così come di creare delle opere originali dotate di valore estetico, comunicando  un concetto o infondendo un pensiero nella collettività. In due parole, stiamo parlando di qualcuno in grado di trasmettere un’emozione attraverso il suo gusto e la sua creatività.

Questo qualcuno sarà un innovatore, in grado di anticipare i tempi, creando col suo lavoro un prima e un dopo, lasciando un segno indelebile nelle persone che vengono a contatto con la sua opera. Un’individualità così forte non può che influenzare le coscienze anche  molti anni dopo la sua morte.

Quando penso a Miles Davis o ascolto la sua musica, ecco, penso a questo, a quel tipo di potenza, al carisma comunicativo che lo eleva dal semplice ruolo di compositore e musicista ad Artista (sì, con la maiuscola) e genio indiscusso. A tale proposito, ho sempre trovato significative le foto scattate da Irving Penn per la cover dell’album Tutu. In quella sessione furono scattate quattro foto alla mano di Davis, che articola le dita come se suonasse una tromba invisibile. Questo mi fece pensare, pensai al senso che potessero avere quelli scatti, e quello che vi ho trovato è una sintesi perfetta di quello che era ed è Miles.


 

Un artista lascia un segno indelebile nelle persone che vengono a contatto con la sua opera, e non può che influenzare le coscienze anche molti anni dopo la sua morte.
 


La tromba, che ad un occhio/orecchio distratto potrebbe risultare come l’elemento primo che caratterizza Davis, non è presente fisicamente negli scatti di Penn. Lo strumento non è più “centrale”, la musica non è più importante dell’idea stessa che la genera. La mano che articola le dita può essere intesa come “l’impulso” creativo, la proiezione del pensiero del musicista stesso, persino la tecnica e lo “stile” si piegano alla visione del genio, e la tromba diventa quasi secondaria. Non c’è bisogno della tromba per fare Miles, non è lo strumento che rende Miles quello che è, ma è il concetto sintetizzato nella sua musica ad essere pregno di significato.

Ho scelto questa immagine per ricordare Miles, la sua mano, anche perché universalmente la mano è anche sinonimo di fare e di creare, e così ho deciso di realizzare una sequenza di illustrazioni, usando uno dei principi base espressi da Miles: less is more, sintetizzando il più possibile la figura rendendola monocromatica, stendendo dell’inchiostro su un foglio trasparente, per poi, una volta asciutto, “grattare” via il superfluo dando dinamicità alla mano e creando quel gioco di solchi e rughe che caratterizzava le sue mani.

Ognuna di esse è intenta ad “eseguire” una nota diversa, ogni nota ha un suo colore, una sua sfumatura che la rende unica, così come la musica, sempre in evoluzione, diversa ogni volta nella forma, nei suoni e nei colori, eppure così riconoscibile. La serialità delle stampe, la composizione e l’abbinamento cromatico inevitabilmente sottolineano anche la percezione di Miles come icona Pop dei nostri tempi.

Don’t play what’s there, play what’s not there.

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