La strada della street photography

renato adenzato
La settimana scorsa ho scritto di Robert Frank e di come il suo lavoro abbia segnato una svolta nel fotogiornalismo, al punto da poterlo considerare uno dei padri della street photography.
Sono ovviamente anche altri i nomi dei fotografi che hanno contribuito all’evoluzione di quest’arte, ma per evitare una sterile lista di monografie credo sia il caso di fare prima il punto su cosa sia ai nostri giorni la street photography, o quella che viene intesa come tale. Ora esprimerò un paio di opinioni personali e nessun animale verrà maltrattato.

Sarebbe un errore sottovalutare l’importanza delle nuove tecniche di scatto nate dagli anni Cinquanta fino a tutti i Settanta del secolo scorso, e del cambiamento nell’approccio a questo mezzo da parte di chi sceglie la fotografia per esprimersi.
Alla base di tutto c’è la volontà di raccontare e mettere in risalto aspetti della vita quotidiana attraverso la propria visione della realtà circostante. Fantastico!
Ognuno di noi può esprimersi e contribuire con i propri scatti ad un racconto che sopravviverà a noi stessi. Ma cosa succede quando l’accesso a tutto ciò è aperto potenzialmente a chiunque?

Tutti presi a trovare lo scatto più ironico e l’inquadratura che colpisca di più, ma senza accorgercene ci ritroviamo a fotografare, ad esempio, tutti il barbone di turno che dorme sotto il manifesto di un’assicurazione che promette una vita felice.
La riproduzione standardizzata di questo concetto di contrasto lo priva del suo significato per diventare un banale esercizio di stile.

A prescindere dalla qualità della foto ottenuta, che può essere più o meno bella, per paradosso è come se tutti scattassimo la stessa foto perdendo la possibilità che quello scatto appartenga solo a noi. Guardo una quantità industriale di fotografie e spesso ho come l’impressione che sia un unico fotografo a scattarle, e proprio l’innovazione di Robert Frank, in questo modo, si perde nel momento in cui tutti ci omologhiamo nella ricerca tesa a proporre immagini all’altezza dei maestri. Tradendo i loro stessi insegnamenti. In poche parole, facciamo tutti la stessa cosa.

Che sia l’attimo perfetto di Cartier-Bresson, l’istintività di Frank o l’amore per la nitidezza di Adams, noi scattiamo una loro foto. Non è più nostra appena ci dimentichiamo che tutto questo nasce come documentazione sociologica e che lo studio antropologico della società deve essere la benzina che alimenta il motore.
Questa sorta di plastificazione e di adeguamento alla mediocrità è dovuta alla mancanza di coscienza del valore del punctum, come lo definiva Roland Barthes nel suo celebre saggio “La camera chiara”, ossia l’aspetto emotivo prodotto dalla visione di una foto, nonchè la completa privazione dello studium, che dovrebbe consentire allo spettatore di farsi delle domande attraverso l’analisi dell’immagine, sempre come insegnato nel trattato del saggista francese. A cosa serve una foto che non stimola nessuno di questi due aspetti se viene scattata con l’intento di riprodurre un’idea invece che instillarla? E’ design non arte, e noi non disegniamo sedie!

Abbiamo tutti la foto di un bambino attaccato alla gonna della mamma, di una pozzanghera che riflette gli edifici intorno, della tromba delle scale con le sue geometrie vorticose e di quella serie di immagini che costituiscono il portfolio standard dello street photographer. Tutte rigorosamente in bianco e nero.
Non c’è nulla di male quando questo rappresenta l’inizio del proprio percorso, la base (anche tecnica) per la ricerca di una propria identità fotografica. Ma credo che l’importante sia non fossilizzarsi rimanendo sulla superficie.

Come uscirne?

Sono un estremista e ritengo che i nostri primi 40-50 mila scatti, minimo, debbano rimanere gelosamente custoditi nei nostri hard disk, ma mi rendo conto che non tutti riescono ad avere la pazienza di aspettare, come ho fatto io, una decina d’anni prima di far vedere le proprie foto. Però allora un espediente potrebbe essere quello di focalizzarsi su un progetto, concentrarsi su un unico tema sfruttando il bagaglio acquisito, uscire dal vincolo dell’emulazione per sviluppare una propria idea.
Non so quanto io stesso con le mie foto riesca a non rimanere bloccato in questo cul-de-sac, non è facile e può volerci molto tempo al netto del chissenefotte (quanta invidia provo per chi non si fa domande), ma vale la pena provarci.

I nomi e i temi scelti per questa rubrica hanno lo scopo di aprire piccole finestre sul mondo della fotografia, che si tratti di essere un fotografo o un fruitore, è fondamentale conoscere da dove arriviamo, che è decisamente la base per assimilare e poi superare i nostri maestri.
Kill your idols!

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