Karima e le seconde generazioni: tra afrobeat e futuri possibili

Karima

Avevo sei anni quando venni chiamata per la prima volta ‘negra’, nove quando iniziai a rispondere agli insulti, tredici quando ebbi le prime aggressioni a scuola da parte dei miei compagni, a volte anche supportati dagli insegnanti. Con la mia musica ho deciso di rivolgermi agli italiani usando la mia lingua per affermare la fierezza delle mie origini.

C’era una volta un paese piccolo piccolo, mentalmente parlando. Un paese la cui identità era frammentaria e frammentata, refrattaria per definizione al meticciato culturale. Un controsenso, pensando alla storia stessa del paese, ricca di differenze ed alternanze. Teoricamente, più facile dovrebbe essere in queste condizioni la prospettiva di crescita nascente dal confronto positivo tra realtà complementari e coesistenti nello stesso spazio. E invece no. Questo paese era un insieme eterogeneo di microclimi, province mentali prima ancora che fisiche, dinamiche di nord e sud, est ed ovest, di politica del proprio giardinetto, di quartierini e amicizie di amicizie. E razzismo, ovviamente. Questo paese potrebbe essere l’Italia? Sì. Ma non solo, a quanto sembra. Anche altrove in Europa si respirano venti fetidi, ultimamente.

Comunque, in Italia, gli artisti come quella che vi presentiamo oggi vorremmo fossero molti di più, e di loro dovrebbero uscire mille dischi. Anche cantati in italiano, visto che italiana è Karima, l’autrice del progetto di cui vi parlo. Romana di nascita e crescita, canta in pidgin english, ovvero quel misto di inglese e lingua indigena sviluppatosi nel corso dei secoli, in modi e posti diversi, in seguito al colonialismo. Il pidgin di Karima viena dalla Liberia, come i suoi genitori. E come il progetto che vi presento oggi. Lei è quello che si dice una “seconda generazione”, e ho fatto quattro chiacchiere con lei, in occasione dell’uscita di 2G, suo primo lavoro solista, che la vede fuori dalle usuali vesti di cantante del gruppo Pepe Soup, da cui comunque non si è staccata.

Tutto l’insieme ha decisamente attirato la mia attenzione. Il piglio della musica, in primis. Deciso, autentico, un colpo al cuore per chi parla l’esperanto del groove, graffiante eppure sensuale. Orgoglioso e senza filtri. Un cocktail di influenze musicali, una miscela di afrobeat, richiami elettronici, suggestioni hip hop e world music. E poi, la carica vitale di rara intensità. La rabbia, lo scherno, le esperienze di vita, la critica sociale. E di fondo, la speranza. La roba più hip hop che mi sia capitata sulla scrivania ultimamente, proveniente da casa nostra. Due domande al volo, grazie al suo ufficio stampa, e la certezza che, se permetterete, farà strada.

Se dovesse presentarsi a chi non la conosce, come si descriverebbe Karima?
Karima è una cantante, rapper e beatmaker italiana nata da genitori immigrati dalla Liberia. Karima è una rinascita. Una rinascita avvenuta al ritorno di un viaggio nella madre terra Africa. Sono una persona che, dopo tanti anni di ricerca e introspezione, è riuscita a scoprirsi attraverso le sue radici, e ora sta cercando di esprimere tutto questo attraverso la musica. Mio padre è sempre stato un grande amante e collezionista di musica reggae e africana e, come da tipica cultura africana, la musica mi ha accompagnato fin dalla nascita. In casa mia il frigo poteva rimanere anche vuoto, ma la musica era sempre presente, lo stereo sempre acceso: una cura, una soluzione ai problemi e alle sofferenze. La musica è per me linfa vitale.

Il tuo debutto solista suona viscerale, sofferto. La critica al sistema sociale e politico italiano è evidente e feroce. Da cosa è scaturita la scelta di usare integralmente il pidgin english per rivolgersi ad un paese che non parla nemmeno l’inglese?
Innanzi tutto spero che questo sia uno stimolo per l’ascoltatore. Sicuramente il fatto che sia in pidgin english richiede maggiore impegno nell’ascolto. E poi voglio ribadire e far notare che in Italia come negli altri paesi europei esiste una nuova generazione, sopratutto di figli d’immigrati, che parla pidgin english e inglese. Non ultimo, la decisione di realizzare l’intero disco in inglese è dipesa dal fatto che, oltre al fattore estetico, durante le mie ricerche mi ero resa conto che si poneva più attenzione all’estero riguardo le problematiche razziali in Italia di quanta non se ne ponga qui da noi. Insomma, su una questione fondamentale c’erano molti più articoli e notizie in inglese che in italiano.

Karima
 
2G suona come un ruggito di libertà e self expression. Genuino ed equilibrato nel suo essere semplice. Quali ascolti hanno plasmato la composizione dell’opera?  
Proprio come dici, questo disco è “self expression” in totale libertà. Ho composto i beat senza alcuno schema o riferimento preciso. C’è da dire che a casa ascolto tanta musica ‘made in UK’: ascolto radio pirata inglesi come nasty.fm e rinse.fm, quindi forse l’influenza maggiore proviene dal grime, ghetto bass music e afrobeats, ma nel mio percorso di vita artistica hanno avuto un ruolo fondamentale anche il reggae e l’house music, e credo che in fondo si senta questo super mix di tanti generi spesso diversi tra loro. Per quanto riguarda i testi, in questo ultimo periodo mi sono appassionata a tutto il movimento afroamericano funk degli anni ’70 – come Last Poets, Gil Scott-Heron, e tanti altri. Questo è il valore aggiunto della musica contemporanea, la possibilità di attingere a tanti generi provenienti da tutto il mondo.

Progetti futuri, buoni propositi, messaggi alla nazione?
Quello che posso dire è che per il momento mi sto dedicando totalmente a quest’album, come dire “I’m waiting for the reaction”…Comunque partirò con una release party il 10 maggio a Roma al Rialto. Per il resto, penso che nell’album ci siano messaggi a sufficienza per poter capire che è giunto il momento di un cambiamento.

Ascoltate Karima a casse, cuore e mente aperti. 2G è in free download dal suo soundcloud, almeno fino al 21 aprile. Tutto qui di seguito.

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