Il Profondo Sud di Marion Post Wolcott

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Chissà cosa penserebbe il buon vecchio Henry Maudslay se sapesse che quasi nessuno fuori dalle mura di Cambridge ricorda chi lui fosse. Eppure, prima che inventasse un macchinario per fare viti e bulloni tutti uguali e intercambiabili, il lavoro in officina era un mix tra artigianato e voodoo, ed un elemento così piccolo come una vite contribuisce profondamente al sistema generale a cui appartiene.

Recentemente è avvenuta la scomparsa di Mary Ellen Mark (20/31940-25/5/2015), una grande fotografa dotata di enorme sensibilità. Le sue immagini sono state riproposte in tutte le salse, e ovviamente gli articoli per ricordarla si sono sprecati, visto che si rende omaggio a quelli che più di altri hanno lasciato il segno. Anche la fotografia, come la meccanica, ha bisogno delle sue viti e bulloni, di un sistema e una base estetica che consenta ai più grandi di spiccare. Esistono molti fotografi che si possono definire “viti” rispetto al “sistema fotografia”.

Fra tanti spicca il nome di Marion Post Wolcott, una fotografa nata nel New Jersey nel 1910 e cresciuta nell’East Village di New York. Dopo gli studi per diventare maestra, da NY si trasferì nel Massachusetts, coltivando la passione per la fotografia. Un viaggio in Europa e il contatto con una fotografa viennese convinsero la Wolcott su quale fosse la sua strada. Il successivo incontro casuale con Ralph Steiner durante il New York Photo League segnò quindi il punto di svolta nella carriera di Marion. Raccomandata dallo stesso Steiner, cominciò a lavorare per la Farm Security Administration, iniziando la sua opera di documentazione del Profondo Sud, o Deep South, degli Stati Uniti d’America.

Gli anni erano quelli della Depressione e della povertà assoluta, in un territorio rurale perfino ostile alla politica culturale della FSA, che tramite le foto della Wolcott voleva rendere noto lo stato delle cose in quella particolare regione degli USA. L’esperienza europea, la visione ravvicinata del nazismo e la sua vicinanza al movimento antifascista, influenzarono molto la fotografa e la orientarono nettamente verso un tipo di fotografia dedita al racconto della vita dei più deboli.

Dal lavoro della fotografa nacque così uno studio sociale, perfino antropologico, raro da trovare in quegli anni, completo di immagini di così alta qualità. Lei stessa era cosciente dell’importanza culturale delle sue foto, con le quali ritraeva la popolazione rurale e dei piccoli villaggi con sincerità estrema e qualche punta di umorismo.
Dalle file per la spesa solo per i neri, ai juke joint disseminati nelle campagne, il viaggio della Wolcott, a tratti avventuroso, rappresenta un punto d’inizio e una base su cui altri hanno potuto lavorare.

Sono convinto che l’importanza delle foto di Marion Post vada perfino oltre il valore artistico e di documentazione. Arrivando, tra l’altro, ad essere il tappeto ideale che ha concesso ad un fotografo come Robert Frank di creare il suo capolavoro Americans, ad esempio. Mi piace l’idea che si possa essere parte di qualcosa di più grande di noi, a nostra insaputa, semplicemente contribuendo con la nostra piccola vite ben filettata.

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