Hip hop labels, discografiche disfunzionali?

hip hop labels glory days


Ha senso parlare di Hip Hop labels nel 2016? Esistono ancora etichette discografiche votate alla produzione underground?


Le hip hop labels che producevano musica di qualità e spessore negli anni Novanta non mancavano. Qualche giorno fa, riguardando i nostri podcast dedicati alla Groove Attack, mi è venuto da pensare appunto come allora, per gli amanti di un certo suono Hip Hop schiettamente hardcore, la situazione fosse oggettivamente florida. E mi è venuto spontaneo fare un parallelo tra ieri ed oggi. Sembra non tutto sia perduto.

Tralasciando la pletora di realtà stratosferiche (e meteoriche, tutto sommato) che hanno animato la prima metà degli anni Novanta, con un output di 12 pollici diventati culto tra gli appassionati, dalla seconda metà dei “mitici” Nineties ai primi Duemila, etichette come la Rawkus, la già citata Groove Attack, la Hydra Entertainment,  la Eastern Conference, la Ill Boogie di Dj M-Boogie, ad esempio, seguite ancora per qualche anno da strascichi come la Def Jux (e non cito volutamente realtà come la Anticon o la Quannum Records, più per una questione di suono, così marcatamente lontano dal boom bap ortodosso di stampo newyorkese, che per mancanza di qualità), hanno segnato quell’epoca che noi ricordiamo così bene.

Intendiamoci: questo non va in conflitto di per sé col fatto che dopo il 1997 il suono fosse cambiato, e fosse iniziata una fase per certi versi discendente: semmai, quelle etichette e tutto il periodo backpacking (la moda/mania di andare in giro con lo zaino in spalla sopra la hoodie, così Nineties ed iconico di un periodo dello streetwear fashion, nda), rappresentarono la resistenza ad un Hip Hop che stava, inesorabilmente, cambiando.

Ironicamente,  quella sopra è comunque la storia di una sconfitta.

Talib Kweli at Rawkus

Talib Kweli fuori dagli uffici Rawkus a Manhattan, circa 1998

Le etichette venute alla ribalta in seguito, come la Stones Throw che tanto caratterizzò, nel bene e nel male, gli anni Duemila, oppure la stessa Rhymesayers, esprimevano e rappresentavano un altro mondo, spesso ibrido di altri generi musicali, e comunque non avente la stessa valenza.

Tralasciando la situazione italiana, che, ahinoi, non fa testo, nella sua peculiarità, oggi come allora. Le poche realtà esistenti stentavano e stentano, non tanto e non solo per l’evidente carenza di professionisti di settore, quanto soprattutto per l’esiguità oggettiva della base di ascoltatori, che rappresenta un ostacolo inaffrontabile. E, considerato che la ciclica ondata di marea modaiola che investe il nostro paese si sta ritirando per l’ennesima volta, tale quantità non sembra destinata ad aumentare a breve, piuttosto a diminuire.

Ma all’estero? Quest’epoca di retrofuturismo, o revival di un suono definito “classico”, sembra avere come punto focale anche il rinnovato ruolo, o meglio, la rivincita delle hip hop labels: queste sono infatti tornate a rappresentare un’epoca.

Una realtà americana come la Mello Music Group non si spiegherebbe se non si guardasse ai suoi punti di forza oggettiva: qualità degli artisti sotto contratto, metodi distributivi innovativi, e quality control che non contrasta con la quantità della produzione. Dal primo album di Gensu Dean, che fece un po’ da prodromo del revival nel 2012, lo scorso anno la label ha messo a segno un colpo dietro l’altro (basti pensare a L’Orange & Kool Keith, il noto Oddisee, il veteranissimo Pete Rock o ancora Apollo Brown) e quest’anno abbiamo assistito al notevole ritorno di Mr. Lif.

hip hop labels Mello Music Group

Da sinistra, Pete Rock, Oddisee e Apollo Brown

Stessa logica per l’inglese High Focus. Da un’idea di Fliptrix, rapper e leader dell’etichetta, ci troviamo di fronte ad una realtà economicamente stabile, con un parco di artisti di primo piano, dischi di qualità, in quantità, curati in ogni dettaglio, anche visivo, ben distribuiti e ben promossi. Risultato: concerti in tutta Europa, un disco, quello di Ocean Wisdom, in classifica e un milione e più visualizzazioni sul canale Youtube. E nessun compromesso sul fronte del suono (tanto per sfatare un mito).

Anche in area non anglofona le cose si muovono in maniera similare.

Prendiamo la giapponese DLIP: Fujisawa City, dopo il collasso modaiolo della scena di Tokyo, nel 2009 un gruppo di giovani rappers, producers, djs, skaters, designers e bboys formano questa crew/etichetta avendo in testa un oltranzismo Nineties durissimo, con tanto di baggy jeans e Timberland. Il tutto potrebbe suonare fuori tempo massimo, certo, se non fosse che incarna in buona parte l’anima di questo revival. Ed è accompagnato dalla stessa logica già vista: artisti validi, produttori eccellenti, grafiche pregevoli e dischi su dischi, mixtapes, singoli. Produrre mantenendo la qualità: non a caso uno dei 5 migliori dischi del 2014 è della coppia Nagmatic e Miles Word.

Ne potremmo aggiungere qualche altra, come la Blah Records, la francese Effiscienz, (le etichette australiane sono pur interessanti ma seguono altre parabole, ma citeremo per amore di inventario almeno la Crate Cartel Records) ma la logica, in grande o in piccolo è sempre la medesima: qualità della produzione industriale di musica e quantità costante di uscite. Benvenuti quindi nella rivincita delle etichette hip hop senza compromessi, e speriamo che duri.

(TwoMave)

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