Hip Hop Family Tree: la storia della storia

hip-hop-family-treeYou love to hear the stories, again and again…, così cantava MC Shan in The Bridge, autore di quello che è un inno alle origini del movimento hip hop nel suo quartiere. E da quella frase partirei, perché è la prima cosa che mi viene in mente approcciando una materia golosa (e spigolosa) come le origini della cultura universalmente nota come hip hop, appunto.

Oggi si parla proprio di una storia, quella degli albori della beneamata cultura che, crescendo, negli ultimi quarant’anni ha decisamente e pesantemente influenzato, fino a cambiarlo radicalmente, lo stile di vita ed il modo di esprimersi di generazioni diverse in tutto il mondo. Pensateci: arte, moda, design, pubblicità, cinema, televisione, e chi più ne ha ne metta: tutti o quasi gli aspetti del mainstream quotidiano sono stati toccati da questa rivoluzione sotterranea. Questo stesso spazio web è figlio delle conseguenze di quel movimento spontaneo nato nel Bronx alla metà dei Settanta del secolo scorso.

Hip Hop Family Tree, graphic novel – passatemi il termine, alla faccia delle diatribe intorno al soggetto – ideata e disegnata da Ed Piskor, paga omaggio proprio al movimento ed alla sua fase embrionale, dai mitici party di Kool Herc fino al 1981. Da qualche giorno, grazie alla casa editrice Panini ed al lavoro del suo dipartimento 9L, HHFT è disponibile anche in Italia, in lingua italiana. Edizione e traduzione a cura del nostro Sol Brother numero uno; sì, avete capito bene, infatti è proprio il “nostro” Antonio Solinas che ha dato parole e voce al fumetto che in questo momento impazza finalmente nello Stivale. Impossibile non approfittarne per due chiacchiere e farci raccontare un po’ del progetto.

Dicci del progettone, Antonio, tanto della versione americana, quanto, ovviamente, di quella italiana.
Allora, quello americano nasce dalla malsana idea da parte di Ed Piskor (la battuta “Chico” Piskor l’ha già fatta qualcuno?) di andare a raccontare la storia dell’hip hop, e per di più in maniera esaustiva. Nato come progetto settimanale su boingboing.net, Hip Hop Family Tree è stato preso da Fantagraphics, lo storico editore americano, che lo ha trasformato in una serie di volumoni che fuori dall’Italia hanno avuto grande successo. La cosa molto interessante è che la prospettiva di Piskor non è quella parziale di certa mitologia “dura e pura”, ma una prospettiva più aperta che valuta l’industria dell’hip hop come (giustamente) il “quinto elemento dell’hip hop”, per così dire.

Per quanto riguarda il discorso dell’edizione italiana, Panini ha già pubblicato l’ottimo WIZZYWIG di Piskor, che in qualche maniera ne rappresenta la palestra narrativa e su cui l’interessante stile dell’autore ha iniziato a sbocciare. Parentesi: se potete, prendetelo. È bellissimo! Tornando a noi, dopo WIZZYWIG, all’editore è sembrato logico continuare a proporre la roba di Piskor e Diego Malara, responsabile della linea 9L della Panini, si è posto il problema di come presentare il fumetto in Italia. Ci abbiamo ragionato su, e alla fine abbiamo deciso che io mi sarei accollato sia edizione/adattamento che traduzione. Personalmente preferisco sempre che i due ruoli siano distinti, ma in questo caso si poteva fare un’eccezione in quanto la materia è così particolare.

9L, forse dovevamo spiegare prima cosa fosse una graphic novel…
OK, La Panini è un editore che, oltre a pubblicare materiale americano, basato sui supereroi della Marvel ma anche su materiale “indipendente” USA, ha da qualche tempo varato una linea di produzioni che esulano dal classico formato USA. La sottoetichetta, che è legata a quelle che in gergo ora si chiamano Graphic Novel, è stata chiamata 9L (novel), proprio in onore dei “romanzi grafici” che ora vanno molto di moda e che solitamente presentano storie slegate dal classico impianto seriale.

Fumetti a puntate?
Più che a puntate, serialità a continuazione. Nel senso, Tex o l’Uomo Ragno hanno dei meccanismi narrativi diversi rispetto a una storia, anche a puntate, che non deve necessariamente tenere in piedi franchigie. In quest’ottica, il respiro comunque autoriale di HHFT è perfetto per la linea 9L, che propone formati diversi (questo è un librone bello grosso), molto diversi dal classico 19X26 dei fumetti americani
La cosa interessante è stata il discorso dell’adattamento italiano. Personalmente ritengo che questo sia un fumetto che dovrebbe arrivare a un pubblico il più vasto possibile, e quindi ho lavorato per una traduzione che fosse da un lato aderente all’originale, ma dall’altro evitasse qualunque tecnicismo “esoterico” che non ha senso. È la storia di un movimento che ha cambiato il mondo, deve essere accessibile come lo sono le narrazioni incentrate su altri generi musicali.

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Tu sei un vecchio lupo del fumetto, per chi non lo sapesse, e una penna fina dell’hip hop blogging…Una grossa responsabilità tradurre lo slang del Bronx di fine settanta in italiano: come hai fatto?
Ecco, a me le traduzioni posticce di certi film/telefilm personalmente fanno ridere, per cui ho cercato di non pormi molti problemi ed essere soprattutto scorrevole, comprensibile, agevolato anche dal testo originale. Poi chiaramente nella parlata USA alcune cose sono entrate nell’uso comune, e da noi sono state rese in maniera generalista (niente di più odioso degli asterischi con la spiegazione, inutile, in calce, per me).
La cosa interessante dell’opera è che Piskor ha un ottimo talento comico e quindi riesce a inserire alcune caratterizzazioni/prese in giro molto efficaci (per esempio quella di Russell “Rush” Simmons, per me spassosissima). In quel senso, a volte è stata una sfida tradurre certi giochi di parole, ma è stato anche stimolante mettermi in gioco a “rappare” in italiano certe cose storiche. Fare Kool Moe Dee in italiano fa tremare i polsi, ma credo di essermela cavata.

Aneddoti particolari legati al lavoro?
Aneddoti particolari no, a parte il rendere la rappata italiana, quando necessario. Il problema è che durante la lavorazione ero entrato in fissa con le cose vecchissime di questa cultura. Meno male che oggi su Youtube si trova praticamente tutto, e quindi mi sono recuperato cose tipo Brother D e Collective Effort, che all’epoca di It Takes a Nation of Millions (che lo citava) erano miti “sospesi” e invece oggi, grazie a Dio, sono fruibili da tutti. Ah, una cosa che ci tengo a dire è che in un paio di occasioni, per cose più esoteriche, ho sentito Piskor in persona per chiedergli lumi (mea culpa, di graffitisti come Min-One non sapevo nulla).

Qualcosa da aggiungere, in chiusura?
Una sola; nell’edizione italiana è presente anche una minigallery in cui alcuni degli alfieri del fumetto indipendente americano raffigurano alcune icone hip hop: Jeffrey Brown fa i Beastie Boys, Mahfood disegna Bambataa, Benjamin Marra i Furious Five, Brendon Graham KRS-ONE e, nell’accostamento più strano del secolo, John Porcellino fa Eric B. & Rakim.

We love to hear the stories, again and again…

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