Go Dugong ti porta sulla Novanta

Novanta

Il 2015 è stato sicuramente un grande anno per Giulio Fonseca a.k.a. Go Dugong, uno dei produttori di hip hop/elettronica più interessanti dello Stivale, autore di due ottimi dischi pubblicati entrambi per Fresh Yo! Label a distanza di qualche mese l’uno dall’altro.

Lo abbiamo contattato per parlarci di Novanta, l’ultimo uscito in ordine cronologico, un concept-album dedicato alla famigerata linea di autobus milanese, descritta così sul Corriere della Sera: “Amata: è l’unica linea di trasporti che segna come un compasso tutta la città, per 20,8 chilometri, 24 ore su 24. Odiata: per la ressa, il tanfo, i pericoli di notte e le attese infinite. La circolare destra, la 90, e la speculare circolare sinistra, la 91, disegnano la Milano popolare, che cambia volto, colori e odori. Che fa le ore piccole e che si alza all’alba per andare a lavoro. Che abita in periferia e che non ha un posto dove dormire e fa il giro intero per scaldarsi. E che fa le prove di convivenza (più o meno) civile con cinesi, cingalesi, arabi, romeni e africani. La 90 è la regina delle linee Atm”.

Una descrizione che a ben vedere funziona anche per il disco di Go Dugong, che ha cercato di racchiudere tutto questo coacervo di culture in un lavoro molto festaiolo e compatto, pesantemente influenzato dal beatmaking hip hop, ma aperto anche verso altre direzioni.

Vorrei partire parlando dell’artwork – realizzato da Jonathan Tegelaars – che è davvero stupendo. Com’è nata la vostra collaborazione?
Jonathan è un artista fiorentino che usa molto il collage come tecnica di produzione delle sue opere. Avevo visto dei suoi lavori sui flyer degli eventi di Killabros a Firenze e un articolo su di lui su una rivista. Essendo anche Novanta a suo modo un collage di frammenti sonori e essendo rimasto molto colpito dai suoi lavori, tramite amici in comune ho deciso di contattarlo. Dopo aver accettato la mia proposta con entusiasmo, ho spiegato quello che era il concept del disco e il risultato ha rispecchiato esattamente quello che avevo in testa.

Parliamo del disco. Da dove ti è venuto il concept che sta dietro a Novanta? Ti ricordi il preciso istante in cui ti sei detto “voglio fare questo disco! per questo, questo e questo motivo…”?
Sono sempre stato affascinato dal melting pot e dalle contaminazioni. Dal momento in cui mi sono trasferito in un grande città (che è Milano) e proveniendo da una piccola città di provincia come Piacenza, questa curiosità di tradurre in musica la multiculturalità della metropoli è andata via via crescendo. In più è stato molto più facile per me reperire i dischi da cui ho tratto i samples. Ecco, in questo senso da Milano ho ricevuto diversi stimoli, sia visivi che musicali.

Quali sono le principali differenze produttive tra Novanta e il precedente – e altrettanto buono – A Love Explosion? Pur riconoscendoli legati da uno stile comune, mi sembra suonino abbastanza diversi.
Suonano diversi perchè il concept è completamente diverso. Novanta si concentra sulla città, mentre A Love Explosion sulla prima fase dell’innamoramento. Mi piace cambiare direzione e suono di ogni disco in base al mood. Credo che due cose nate da un’idea così diversa non possano suonare uguali, e non tengo molto alla questione personalità. Mi piace cambiare e mi diverte così perchè prima di essere un musicista (se posso definirmi tale) sono un curioso della musica, e mi piace la ricerca e la sperimentazione.

La prima volta che ho ascoltato l’album sono rimasto molto colpito dalla gioia e dalla festosità che traspare da ogni brano. È stata una scelta ponderata quella di concentrarsi maggiormente sugli aspetti positivi dell’integrazione tra diverse culture rispetto magari a situazioni di convivenza più difficili e critiche?
In realtà sì. L’obiettivo era quello di mischiare musiche provenienti da tutto il mondo cercando di far coesistere stili e tradizioni differenti all’interno di ogni singolo pezzo, in totale gioia e armonia, come dovrebbero essere i rapporti umani al giorno d’oggi. C’è solo una piccola parentesi in cui viene raccontata la difficile convivenza tra gli abitanti della città ed è narrata nel pezzo Cinico Civico, in collaborazione con il rapper fiorentino e amico Millelemmi.

Una curiosità: il disco è pieno zeppo di scratch, una tecnica che purtroppo è sempre più difficile trovare anche nei dischi hip hop, figuriamoci in quelli di elettronica. Come mai questa scelta?
E’ un richiamo agli anni ’90, decennio in cui mi sono formato musicalmente grazie alla musica hip hop e, al contrario di adesso, in quegli anni gli scratch erano molto usati.

So che stai portando in giro un nuovo live, con un batterista sul palco. Cosa dobbiamo aspettarci?
Già con A Love Explosion avevo portato in giro il disco con batteria. Ripeterò la formula anche con Novanta. Con una batteria vera, non solo è più bello da vedere ma il live acquista molto più tiro e potenza. E’ tutto più umano ed è più difficile, ovvio, ma dovrei essere in buone mani. In alcuni live mi seguirà anche Millelemmi, che si occuperà degli scratch e delle voci, oltre ad intrattenere e caricare il pubblico, arte in cui lui, a differenza mia, è un vero maestro.

foto di Piotr Niepsuj

foto di Piotr Niepsuj

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