Get dirty con Mel D. Cole

Mel D. Cole
Avete voglia di sporcarvi un po’ le mani? Anzi, gli occhi?
Perché la fotografia di Mel D.Cole è sporca, borderline. Comincio subito con un consiglio, seguite il link al suo sito e guardate tutte le sue foto.
Le serate a New York, le donne ubriache che non vedono l’ora di mostrare le tette e gli uomini, altrettanto ubriachi, che non aspettano altro che affondare la faccia in quelle stesse. E date un occhio anche alla parte intitolata photoshoot, con quel tipo d’immagini che ti fanno pensare “Cazzo, è lì che vorrei essere!”.
Dico questo per mettervi sulla traccia, perché in realtà è su un altro aspetto che mi voglio focalizzare parlando di Mel, cioè sulle sue fotografie durante i concerti.

La sua attività comincia nel 2002 come in-house photographer dei The Roots, di lui Ahmir ?uestlove Thompson dice essere il suo fotografo contemporaneo preferito. Niente male come biglietto da visita, e quante porte si aprono di conseguenza! Radicato a New York, Cole sta rappresentando tutta la scena contemporanea dell’Hip Hop. A lui è concesso di scattare in situazioni non consuete, nei back-stage prima dei live, ad esempio, e negli after party scatenati. Teniamo sempre presente il fondamento per cui questo puoi farlo esclusivamente se e quando ottieni la fiducia dell’artista. Ma dicevo delle fotografie durante i concerti.

Vi siete mai chiesti cosa debba rappresentare una foto fatta durante un’esibizione dal vivo?
Io sì, molto spesso, e mi sono sempre risposto che non è minimante interessante vedere l’artista con il microfono in mano in una posa statica, con le luci dei faretti dietro a fare da cornice e quella sensazione di già visto che non lascia nulla. Fatta una fatta mille, potresti essere a New York come a Rogoredo, non cambierebbe nulla.
C’è bisogno di percepire il mood della serata, di vedere quanto è coinvolto il rapper di turno, di sentire quanto il pubblico stia godendo dello spettacolo. Questo lo ottieni osando e guardando da un’altra prospettiva i fatti. Soprattutto cercando di non reiterare uno scatto all’infinito, ma di rendere l’idea che quel momento sia stato unico e irripetibile, e che se tu non c’eri ti sei perso qualcosa che non avrai la possibilità di rivedere.
Mel D. Cole fa tutto questo, lui ti porta dentro una situazione, anzi ti ci butta dentro con forza. Sono schiaffi, non carezze. Per ogni soggetto rappresentato è evidente la cura riservata ad ognuno.

Apro una piccola parentesi tecnica.
Questo tipo di scatto lo si ottiene buttandosi letteralmente nel pogo, sporcandosi con il sudore dei fan che urlano da sotto il palco, sapendo cosa sta per accadere perché si sa già benissimo cosa quell’artista starà per fare. Questione di essere coinvolti in prima persona e far parte della scena che si rappresenta.

Sapete quando funziona tutto questo? Nel momento in cui chi guarda quelle foto è disposto ad accettare qualcosa d’altro rispetto al solito, quando il pubblico chiede qualcosa di più a sè stesso e al fotografo.
Bisognerebbe avere voglia di mangiarsi le mani per non essere stati lì, soffermarsi su uno scatto e non farlo scorrere velocemente, fagocitando un’informazione in più in questa continua overdose di immagini che ci assale giornalmente.
Una buona fotografia funziona quando c’è un buon pubblico ad accoglierla. Tutto deve concorrere e mirare a farci sentire parte di qualcosa che alimenta la nostra vita, e lo spettatore può diventarne protagonista.
Mel D. Cole fa ottime fotografie e non dobbiamo cercare di essere un ottimo pubblico per riceverle.

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