FFiume e Underlife: hip hop, uomini, ratti

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FFiume, come Darkseid, È. Trascende le etichette perché, prima di essere “un suono”, è una personalità, un rapper che riconosci a prescindere da quale sia il ritmo che cavalca. Che siano le proprie ricette (come nel fulminante #OREEORE) o beat di altri (come molto del resto uscito dal 2012 a oggi), nell’ultimo decennio Mr. River ci ha deliziati con il proprio flavor di funk in salsa intelligente che in Italia ha pochi paragoni a livello di spessore (e di esecuzione).

Nonostante sia in giro da un bel po’ e abbia vissuto e conosciuto la storia, è in particolare in questi ultimi anni che ci ha sommersi di beat e rime che se ne sbattono altamente sia dell’evoluzione tanto sbandierata da chi sa solo seguire le mode del momento, sia dei vuoti intellettualismi dei finti impegnati che usano il rap per convenienza, salvo mollarlo quando fa più comodo.

Da sempre impegnato sul fronte della coesività, è forse con l’ultimo album, UNDERLIFE, che FF ha raggiunto la quadratura del cerchio grazie all’ottimo Clas K, che gli ha cucito addosso un suono “severo ma jazz” che ne esalta le venature più malinconiche ed espressive. Lo abbiamo sentito per una chiacchierata che, partendo dal disco nuovo, fa un po’ il punto sulla sua “underphilosophy” del momento. Buona lettura!


La cultura hip hop mi appartiene, mi ha cresciuto e mi ha dato tanto, cerco di restituire del buono a chi ne vuole. E poi, se non lo faccio io come lo voglio io,‘sto cazzo di rap, nessuno lo farà per me, e visto che mi piace tanto, e penso di volere e poter dire due cose, le dico.

In quest’ultimo periodo abbiamo visto una prolificità aumentata rispetto a qualche tempo fa. Come mai questa rinnovata voglia di fare?
Perché penso di dovermelo. E di doverlo a chi mi ha sempre supportato. È un’esigenza creativa e una presa di posizione. Ho perso troppo tempo a pensarci su, adesso recupero. La cultura hip hop mi appartiene, mi ha cresciuto e mi ha dato tanto, cerco di restituire del buono a chi ne vuole.

E poi, se non lo faccio io come lo voglio io,‘sto cazzo di rap, nessuno lo farà per me, e visto che mi piace tanto, e penso di volere e poter dire due cose, le dico. Se non facessi, lascerei spazio anche a quello che non mi piace, perché se a giro ci sono cose che non ti rappresentano, l’unica è dire “OH ‘STA ROBA NON SONO IO”, prendere una posizione e mantenerla. E questo lo fai proponendo il tuo, se puoi, o diffondendo un qualcosa che ti rappresenti.

Come è nato il sodalizio con Clas K?
La musica ha fatto tutto. Le vibre. A lui è piaciuta la roba mia, a me è piaciuta la sua. Ho riconosciuto i semi della stessa “malattia” e ricerca, da un punto di vista contenutistico e musicale. Percorsi diversi, affini, ci siamo conosciuti di persona, e il buono che si era previsto via net si è confermato. Andando oltre. Clas è un serio, punto.

FFiume e Clas K in Underlife

Raccontaci un po’ la genesi del disco.
Dopo frequentazioni “internautiche” e vari attestati di stima, lui e i suoi, il crew dei Fool Effect, in particolare P-Zo, mi hanno mandato dei remix per il progetto The Irhu Experience, e la roba di Clas mi ha particolarmente colpito. Sia per la scelta del pezzo che per le atmosfere espresse. Dopo un po’ di tempo, chiacchierando in chat, si è detto di fare qualcosa insieme ex-novo.

Avevo appena chiuso le registrazioni di un progetto con Herrera, che potrebbe uscire prossimamente (rompetegli il cazzo, è tutto nel suo HD…), ed ero sì appagato ma anche affamato di altro. Ne volevo di più. Amo produrre, e molti mi hanno conosciuto come producer prima che come rapper, ma nasco come speaker radiofonico, ed emcee. Mi piace scrivere, raccontare le storie, creare immagini, intrattenerti. Ormai da un po’ ho trovato la mia dimensione al microfono, e non voglio più perdere tempo, come ti dicevo.

Negli ultimi anni, da dopo #Oreeore, mi sono un po’ distaccato dalla produzione, causa forza maggiore, tra spostamenti traslochi viaggi e tempi pienissimi, e ho ripreso a scrivere parecchio. Appunti, idee, soggetti. Ovunque, comunque. Londra e la sua linfa frenetica mi stimolano molto in tal senso.

Come avete lavorato, prima a livello di creazione della sintonia, poi a livello di scelta dei beat?
Non abbiamo “lavorato”, in senso stretto, alla creazione di una sintonia, la musica ha fatto tutto, spontaneamente. Ci siamo lasciati andare, pian piano, con l’obiettivo di onorare l’uno il lavoro dell’altro. Dopo averne parlato brevemente, dandoci un orizzonte temporale, Clas è entrato in studio, scomparendo dal mio radar per un po’, ed è riemerso con un batch di beats pensati e composti per me, senza nessuna sollecitazione da parte mia.

Non ci siamo dati coordinate, almeno non io a lui. Ho lasciato spazio alla sua creatività. Lui, da conoscitore del mio repertorio, aveva voglia di ascoltarmi su un certo tipo di sonorità, un po’ diverso rispetto al mio solito. Come dice Herrera, io sono funk, Clas è jazz. Infatti, lui aveva in mente qualcosa di oscuro, a tinte noir. Entrambi siamo grossi amanti di quel sound “notturno”, del boom bap più scuro ed hardcore, e se nelle mie produzioni è sempre uscito poco, nei miei deejay set e nei mix c’è sempre…

Insomma, ho ascoltato i beats e mi sono piaciuti subito, ci sono andato a nozze. Li ho interpretati, mi sono messo al servizio dell’insieme, calandomici dentro. Non ne ho scartato uno. Ho scritto di getto, rapito dalle atmosfere. Ho chiuso la mia parte in un mese di lavoro, frenesia creativa a mille, tra stesura, lima, registrazioni, quasi sempre tutto buono entro il terzo take vocale al massimo, infuocatissimo.

Ho inviato i primi provini a Clas per chiedergli se andassero bene, molto rispettoso del suo lavoro e del suo punto di vista, e lui si è preso bene, dicendosi contento. Avendolo conosciuto un po’, era davvero molto contento, altrimenti non l’avrebbe detto. Abbiamo aggiunto al primissimo batch un altro paio di beats, per modulare un insieme sonoro coeso, come atmosfere e velocità, e via, fatto il nostro, fidandoci l’uno dell’altro, in crescendo.

Clas ha rifinito e lavorato tutto il materiale nel suo studio, in un altro paio di mesi, et voilà. Abbiamo fatto dei test di ascolto tra i nostri più stretti, e abbiamo avuto feedback positivi. Abbiamo lavorato il fine-tuning in fase di mastering, è stata una bella sfida. Ciccio Sentenza ha ascoltato tutto per prima, e un giorno mi ha detto: “Frate, questo è UNDERLIFE”. Ne ho detto a Clas, lui ha detto “Woh, okay”.

Quali sono state le impasse da vincere, se ci sono state, nella collaborazione a distanza con un produttore che hai iniziato a conoscere da poco?
Onestamente, da parte mia nessun tipo di impasse. Durante la stesura tanto quanto durante la rifinitura e la promozione: poche parole, intesa artistica e umana. Serietà.

(…) Seguo il feeling, vado a orecchio, cerco di creare delle cartoline sonore godibili, da ascoltatore e amante di genere, prima ancora che addetto ai lavori.

FFiume

Tu sei anche un produttore, e soprattutto un artista che ha le idee ben chiare a livello del “prodotto” sonoro che vuole mettere fuori. Quanto ha pesato questo fattore nel lavoro insieme a Clas K? Com’è venuto fuori il suono del disco?
Vero, di mio sono maniacale, puntiglioso, ho le idee anche troppo chiare, a volte, sulla mia musica. Ti faccio riaprire un mix per robe minime, oppure ti rimando il take vocale intero se una sillaba non mi suona chiara, o rivediamo l’arrangiamento se alcune parti non mi girano.

Seguo il feeling, vado a orecchio, cerco di creare delle cartoline sonore godibili, da ascoltatore e amante di genere, prima ancora che addetto ai lavori. Clas K è maniacale come me. Ci tiene come me, e in più è un ingegnere del suono, oltre che un deejay e producer. Il suono è venuto fuori in modo organico, complice forse quel gusto comune, io gli ho dato giusto un paio di riferimenti, fatto delle richieste, suggerito delle letture per gli arrangiamenti e le colorazioni di sound. Lui ha dato ascolto ai miei input, li ha tenuti in considerazione ampliandoli, unendoci il suo, confrontandosi con me e facendo nascere qualcosa di nostro.

Lavoriamo in modo rispettoso delle differenze e aperto, è il patto non scritto sin dall’inizio. 9 su 10 è stata una roba sorprendente, eravamo d’accordo su tutto senza manco dircelo, ma ognuno ha lasciato spazio all’altro, e ognuno ci ha messo tanto del suo. La sua versatilità compositiva, unita all’esperienza sul mixing board, è stata la quadra di tutto. Questo è FF & Clas K, e ne siamo soddisfatti. Personalmente mi è mancato solo un autotune, ma ringraziate Clas per avermi fermato…(risate…)

Vuoi esplicitare, se ce ne fosse bisogno, il concetto di Underlife?
È un viaggio su più livelli. In primis, siamo io e Clas, a modo nostro. È la vita pulsante sotto la superficie, è personale, è la forza interiore di ognuno di noi, quello che scorre sotto le apparenze del quieto vivere, ed è nascosto all’occhio del passante, in senso ampio.

Underlife sono quelle visioni ed emozioni che tu hai, ti porti dentro e sono solo tue, e non sempre sono condivise né condivisibili. È un intreccio di privato e pubblico, è resistenza psicologica, è una testimonianza da una dimensione altra, che forse nessuno valuta, o vuole valutare, e noi siamo lì a dirti che quella dimensione c’è, eccome. E non è un problema se è under o over, è vita, che ti piaccia o meno.

È un modo di scrivere, di consegnare il tuo contenuto. E di far suonare la tua roba, anche. È fare altro in modo altro, e dire che esiste anche altro, appunto, rispetto a quello che trovi in abbondanza in giro. Underlife è orgoglio. È quello che sei, senza filtri o maschere, e devi avere due palle così per starci.

In Italia manca ancora oggi la cultura del rap e dell’hip hop, in sintesi, secondo me. Facile facile. E un certo approccio, una chiave di lettura tua, o ce l’hai o non ce l’hai.

Il simbolo dell’album, un topo, e il titolo, Underlife, in maniera nemmeno troppo nascosta fanno riferimento non solo al discorso “underground/underdog” ma anche alla difficoltà di sfuggire le catalogazioni se cerchi di trovarti una tua via che sia moderna senza essere legata al suono sputtanato del momento. Vuoi parlarci di quest’aspetto?
Impossibile sfuggire. Possibile reagire. In Italia manca ancora oggi la cultura del rap e dell’hip hop, in sintesi, secondo me. Facile facile. E un certo approccio, una chiave di lettura tua, o ce l’hai o non ce l’hai. Non mi dilungo, ma te lo dico da cultore e da ascoltatore, prima ancora che da rapper. Chi mi conosce sa. Alla gente piace catalogare, dare delle etichette: è rassicurante, lo facciamo tutti per sentirci in control di situazioni che ci sfuggono, o non sono alla nostra portata.

Ti racconto una cosa: una volta ero ospite in studio da Faust-T, uno dei king della club culture del centro Italia. Collezione discografica paura. Eclettica. Mi faceva ascoltare della roba house, disco, tribale, tantissima, bellissima, che non conoscevo, e in parte non capivo, e boh, cercavo appigli, riferimenti, gli dicevo “Ah, dai, ma questo mi ricorda quello, sì, questo mi suona quello…”. Dopo un po’ Fausto stoppa tutto, mi guarda e mi fa: “Francé, no, basta, hai rotto il cazzo, non è così. Ascolta, non pensare. Questo non è quello, o quell’altro. È la musica. Ascolta.” Grandissimo Fausto, e grandissima lezione. Non avevo le coordinate, cercavo di darmene, di rassicurarmi, e mostrarmi all’altezza. Sbagliato.

Questo dico a chi rompe la minchia su suono vecchio, suono nuovo, bello brutto giallo rosso verdone. No, è la musica. La mia ha una radice, chiaro, ma è qui oggi e adesso. Non m’interessa la roba pop e “i suoni del momento”, io faccio il rap, un certo tipo di rap, e lo faccio oggi, a modo mio. Credo anche di far bene, senza connotati vincolanti, all’oggi o al domani. “Here today, gone tomorrow”, diceva Guru.

Il pop, il suono sputtanato del momento, è agli antipodi di tutto quello in cui ho sempre creduto e che mi ha interessato. Oggi uè uè, domani uà uà, ma zero funk, zero groove, zero quello che mi piace. E poi, già lo fanno gli altri, tutto ‘sto teatrino, suonando tutti uguali e copia incolla: lo dite pure voi che ve li pompate, lo so…ma allora perché pure io? La differenza è un valore, non una merda. ‘Sta cosa mi manda ai matti, l’omologazione di tutti ‘sti pischelli. Lo diceva anche David Nerattini, in un’intervista proprio su questo sito: la nostra generazione voleva incularsi il sistema, oggi se non hai la riga dalla parte di tutti gli altri è un problema.

E poi, dai…siamo seri… come recentemente Gioielli in un’intervista, il rap è il rap, e non è altro. Evoluzione? Okay, evoluzione. Scrivete cose interessanti, curate i messaggi, parlate ai cristiani, fate roba gradevole da ascoltare, raccontate storie in maniera interessante, e non scassate il cazzo. Poi fammi dire anche un’altra cosa: la gente ti cataloga per sminuirti, anche. I paragoni sono un modo per dire “eh si ma però, capisci, questo quello, gnegnegné…”. A volte è solo per invidia, meschinità, o cosa ne so io… Sticazzi, figghioli. Non vi piace quel che sentite? Guardate oltre, e state bene. È la musica. Ringrazio a vita i miei maestri per avermi indicato la strada, per avermi dato gli schiaffi quando li meritavo, e avermi stimolato ad andare oltre, anche ostacolandomi, a volte, quando sbagliavo. Ognuno trovi le sue chiavi di lettura, e buon viaggio.

Oggi la vera difficoltà, a tutti i livelli, consiste nel doversi confrontare con chi non solo non capisce di che parli, ma le spara grosse e senza costrutto, e non solo non vuole ascoltare, ma appunto non ha i mezzi minimi per capire.

A livello di scena italiana, da qualche tempo noto in maniera strisciante una sorta di “anti-intellettualismo” che trovo pericoloso oltre che miope. In questo senso, qual è la difficoltà di portare avanti un discorso personale a livello di testi, che sempre più ti differenzia dal resto?
A parte la scena, il discorso credo sia generalizzato. Passa anche dalla musica, ma trionfa in tutti gli ambiti della società. Il “pensiero unico”, no? È trendy dirsi ignoranti? Sì, chiaro. Hip Pop-ulismo? Sì, è vero, esiste. Esemplificazione estrema, impoverimento culturale? Ovunque.

Circa la scena, fa ridere (amarissimo) che proprio l’hip hop, geneticamente in lotta per affermare e validare valori positivi (al netto delle contraddizioni e delle sbavature inevitabili, chiaro) come l’antirazzismo, la cultura di apertura al diverso, una certa idea di uguaglianza rispettosa e progressiva, oggi non solo assista a delle aberrazioni di genere, ma ci si adegui anche, inglobandole, a volte. Scusa, forse non ti sto rispondendo a pieno…

Oggi la vera difficoltà, a tutti i livelli, consiste nel doversi confrontare con chi non solo non capisce di che parli, ma le spara grosse e senza costrutto, e non solo non vuole ascoltare, ma appunto non ha i mezzi minimi per capire. E si sente forte di questa sua mancanza di strumenti. Eh beh, siamo in tanti, noi, eh! Mica possiamo essere tutti sbagliati, no? Coglione tu che sai chi è Montale, Antò, ammecheccazzomenefregamme? (in my best Maccio Capatonda’s voice).

La difficoltà sta nel restare calmi, nell’automotivarsi, determinarsi, accettare le condizioni esterne e affrontarle, provando a restare fedeli alla propria linea, dandola a sé stessi ed agli altri, con quello che si vuole e si può dire, prendendosi le proprie responsabilità quando si approccia l’interlocutore, come l’ascoltatore, come chiunque.
Nessuno vuole più responsabilità, nessuno vuol pensare, solo trombette e trenini, e indici puntati sugli altri, la colpa è sempre altrui: il “diverso”, il non-conforme, il nemico.

Questo “anti-intellettualismo” semplicione è una gran rottura di balle, sì, perché comunque crea spaccature sterili, è il trionfo dell’ignoranza e del vuoto cosmico, tutte derive che sono lontane anni luce dall’hip hop in quanto tale, in quanto “mindset”. Riferito esclusivamente alla musica, gli ascoltatori sono meno attenti (non tutti, chiaro, sto generalizzando, ma si parla mediamente), diversamente ricettivi, volatili. Bisogna fare a mazzate, in un certo senso. Peggio che vent’anni fa…Provi a usare strumenti tuoi, e vai avanti. Alla fine piacere a tutti è impossibile, ed è anche un po’ ‘na stronzata, se chiedi a me. “Meriggiare pallido e assorto, presso un rovente muro d’orto”…lo senti che funk che c’ha, ‘sta roba?

Parliamo un attimo della grafica, molto centrata e interessante. Com’è venuta fuori?
Dal nostro visual godfather, Jacopo Tripodi, che forse le teste hip hop conosceranno come Jay Trivella, il signor Palmi Pugniette Project con L-Mare e Sentenza, tra le altre…Lui ha chiosato il progetto, portando il visual ad un livello superiore, e suggellando la mossa. Ci rappresenta, in modo esplicito ed indiretto, insieme.

Il topo sono io, in un certo senso. L’estetica è volutamente jazzy, un’iconicità distorta in chiave hip hop, stravolgimento semantico di sistemi e significati, noi siamo questo, ed è una visione ulteriore dell’album. La dinamica è stata semplice: mood board messo insieme da me e Clas, brief creativo, discussione interna, ascolti del disco, due cenni due come retrogusto, e…carta bianca al fratello.

Jacopo è un designer professionista con due palle così ed un grosso background hip hop, e una visione personale ed originale. Ha ascoltato il disco, ha valutato tutto, compreso quanto mi aveva detto Sentenza. È scomparso per un po’ nelle nebbie che lo circondano, nel suo anonimato killer, e poi mi ha detto “Senti, non ho fatto la pugnetta della strategia di marca e tutte quelle cagate lì. Ho ascoltato il disco, e questo è quello che mi è venuto”.

Ineccepibile, volare altissimo a prima vista. Solo amore per Jay, andate sul net a recuperarvi le sue produzioni e poi ne riparliamo. Da lì, abbiamo applicato la stessa mano ed estetica a tutti i visual ed i videoclip, che sono stati curati da me e da Clas, in prima persona, alternandoci alla regia ed al montaggio.

Che cosa ti aspetti da Underlife nel prossimo futuro?
In primis, e non ultimo, allargare di molto la fanbase femminile, è risaputo che io faccia tutto questo solo per le mie amiche (risate…) Esaurire le copie del pre-order del vinile in edizione limitatissima, come già successo per le cassette del bundle, suonare forte negli stereo di chi apprezza la mossa, portare un messaggio positivo a chi è pronto a recepirlo, e mettere in discussione assunti, prospettive e dogmi.

Dare amore a chi ha orecchie per le tonnellate di buone vibre che ci abbiamo messo dentro. Anche nei momenti più scuri, è l’amore che tutto muove, e speriamo di ispirare positivamente chi ci segue e seguirà…magari anche live, chissà…

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