Don Diegoh e Ice One: oltre “Latte e Sangue”


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Ice One e Don Diegoh

Foto di Tiziano Boscarato

Seguendo da anni più l’Hip Hop internazionale che quello italiano, quando Stromberg mi ha chiesto di recensire questo disco mi ci sono avvicinato con una certa prudenza: se non altro, perché è stato il primo disco italiano che ho ascoltato per intero nell’ultimo paio d’anni.

Veniamo subito al punto che, prima dell’ascolto, ritenevo più “problematico”: le basi musicali. Ice One è stato uno dei pochi produttori italiani ad avere un pregio notevolissimo: un suono personale, una mano non confondibile. L’ultimo disco composto interamente per un rapper, prima di Latte & Sangue, è ben lontano nel tempo. Tempo seguito poi da un eterogeneo percorso musicale, nel quale i momenti prettamente hip hop sono stati di livello altalenante. Ma la sua mano è ancora lì. Ed è uno dei risultati migliori del disco. Si è però trasformata, la mano: ad essere riconoscibile è meno l’atmosfera dei pezzi, mentre lo è diventata la complessità del suono, la ricchezza degli arrangiamenti. Questo disco esprime un produttore al massimo della sua maturità, la cui esperienza ne ha reso il suono più articolato.

A fare da contraltare troviamo Don Diegoh. Lo premetto subito, onde sbarazzarci del discorso sin d’ora: il rap di Diegoh mi risulta qua e là legnoso, non sempre regge il ritmo dettato dalle basi e qualche volta appare un po’ esile, in particolare quando accostato ad alcuni suoi ospiti. Tutto ciò non gli impedisce però di fare il suo lavoro, talora anche molto bene. Volendo riassumere il mondo che esprime il nostro, ci si troverà di fronte a poche, precise tematiche. La musica, le quotidiane tribolazioni e gli affanni, lavorativi e amorosi, personali, ma considerati comuni ad una generazione: un immaginario costellato di momenti di vita nella provincia italiana.

Il punto d’osservazione, il taglio, è sempre quello personale, privato, persino nelle questioni sociali: non vi si viene a raccontare altro, in qualche caso in maniera molto diretta, che queste esperienze di vita, il che lo rende un disco onesto, schietto, senza fronzoli, senza pagliacciate. Il racconto di questa generazione un po’ alla deriva parte da un prospettiva popolare, quella di un proletariato o addirittura sottoproletariato urbano e di provincia, senza grandi spinte e senza grandi aspirazioni, con poco in cui credere, che naviga alla giornata e procede come può, tra debolezze e qualche slancio d’orgoglio.

C’è vita in questo disco. Di questi tempi è un gran cosa.

Ice One e Don Diegoh in Latte e Sangue

Foto di Tiziano Boscarato

Ma proprio questa schiettezza, se costituisce un grande punto di forza, crea le premesse dei punti deboli dei testi di Diegoh. Il primo è la sensazione di ripetizione degli stessi concetti, espressi in maniera diversa, lungo tutto il corso del disco. Quest’uniformità è frutto di questa prospettiva personalissima, del rinchiudersi nel privato anche nell’affrontare tematiche sociali e politiche, per definizione generali. Manca uno sguardo più ampio su alcuni problemi, più complessivo, un modo di affrontare alcuni discorsi che vada al di là del fatto singolo, dando a questi più sostanza, e la minima necessaria ampiezza. Il rischio è parlare in maniera acuta, ma talvolta poco approfondita. Viva l’Italia è forse l’unica traccia a presentare un tentativo di discorso generale: purtroppo, viene fatto confondendo piani e situazioni diversissime. Porre nella stessa frase Pasolini, Ciampi e Cucchi vuol dire porre sullo stesso piano individui e contesti disparati. Errato concettualmente, storicamente inammissibile e umanamente ingiusto. Ma, se questo è il limite, la validità complessiva del disco non ne viene oscurata.

Segnalo quello che per me è il punto focale del lavoro, poco prima della fine, la traccia intitolata Il poco che c’ho con Chef Ragoo. La base è profonda ed elegante, piena di inserti raffinati, i testi declinano concetti già sentiti ma qui combinati al massimo, senza eccessi e senza orpelli, con un patetismo diretto ma misurato nel caso di Diegoh, sofferente e schietto in Chef Ragoo. Quelle tracce che si ascoltano ora e si potranno ascoltare tra dieci anni, egualmente valide.

In questo disco si sente fortemente il lavoro di due persone che lo hanno progettato come tale, partendo da una conoscenza reciproca che si è affinata durante il percorso, ma sul quale hanno lavorato insieme, ognuno per la sua competenza. E se un indirizzo, una mano ferma sono evidenti da parte di Ice One, per ovvie ragioni di esperienza, la risposta di Diegoh regge il peso della sfida. Per molti versi, è l’album della maturità per entrambi.

In definitiva, questo è un buon disco di Hip Hop italiano, in qualche caso di ottima musica tout court. Molto più di quanto non ci si aspettasse, molto più di quanto ha dato negli ultimi anni questo genere in Italia: non si arriva in fondo per trascinamento o forza d’inerzia, si arriva in fondo a questo disco perché sono buone canzoni di musica Hip Hop. Era ora.

(2Mave)

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