Diggin New York: alla ricerca dell’Hip Hop

Diggin New York: Il Documentario

Un viaggio d’amore: questo è Diggin New York, il docufilm prodotto da Daniele Guardia, per l’esordio alla regia di Simone Eleuteri, aka Danno, Colle Der Fomento, Roma.

Nel quadro dell’evento Londrome, una due giorni di frizzantezza capitolina all’ombra del Big Ben, con proiezione documentario Diggin New York, mostra dei lavori dello Yeah Studio e di Destroy and Rebuild (il progetto grafico della Beffa, pé capisse) e live del Colle Der Fomento al mitico Dingwalls di Camden, abbiamo incrociato il Danno. Con l’occasione, tra due birrette e una caterva di gente presa bene, abbiamo fatto due chiacchiere prima e dopo la proiezione del film. Abbiamo approcciato la visione con grande curiosità e piacere. Del resto, già il trailer, che gira in rete ormai da qualche tempo, faceva ben presagire.

Il buon regista esordiente, umile e appassionato al contempo, ci ha spoilerato qualcosa prima della visione. “La mossa è underground, sai, ci piace vederla e definirla così“. Ha continuato dicendo che “…è tutto molto stradale…nel senso vero e proprio del termine…ci senti molta New York dentro, i rumori proprio…l’audio è quasi tutto in presa diretta, è tutto molto realistico, ascolti proprio la Grande Mela…“.

La Grande Mela, infatti, e la sua creatura più mirabolante degli ultimi quarant’anni, l’Hip Hop, sono da subito al centro della scena. Tutto è filtrato dagli occhi e dalle parole di uno di quei ragazzini italiani che, ormai quasi trent’anni fa (sì , ehm…, ndr), ha conosciuto ed abbracciato la cultura di cui sopra, innamorandosene perdutamente. Aiutando imprescindibilmente a tradurne, attualizzarne e diffonderne gli stilemi in Italia, come molti di voi sanno già, del resto.

E il “diggin” di cui si parla, lo “scavo“, per una volta non riguarda i dischi. Riguarda i valori fondanti del movimento urbano che da New York ha preso piede nel mondo, per come questo è stato percepito dall’Italia. Un percorso alla ricerca della corretta chiave di lettura di quello “spirito hip hop” che tanto ha influito sulle evoluzioni stilistiche di casa nostra, dai primi vagiti alle derive successive, almeno fino ad un certo punto.

Nato da un incontro quasi casuale e quattro chiacchiere tra Daniele e Simone, e quasi da sei mesi di pianificazione, il documentario è stato girato nell’estate del 2014, in una ventina di giorni. Il tempo poi di montare il tutto, per scegliere, tagliare e cucire le scene migliori, e dare una trama ad un qualcosa che in sé risulta essere molto “amatoriale” – come lo stesso Danno ci ha detto – ed eccoci nel 2016. La “freschezza” della mossa rimane intatta, tutto ha un sapore molto particolare.

Diggin New York: il Danno introduce il documentario

Credits: Nicola Antonazzo

Come descriveresti Diggin NY a chi non l’ha mai visto?
Danno: Lo descriverei come il resoconto video di una follia, un viaggio in freestyle per le strade della Grande Mela, a cercare persone che potessero raccontarci qualcosa di interessante…abbiamo puntato il dito sulla mappa e siamo andati a vedere cosa c’era, siamo andati in cerca di concerti, di open mic, di freestyle fatti in giro o sotto la metro, di personaggi che avessero una storia o un punto di vista particolare sull’Hip Hop o su New York, tutto girato senza copione molto in libertà e con pochissimi mezzi fermando la gente per strada, ci siamo divertiti un sacco..

Un giro che parte da luoghi mitici per gli aficionados della storia dell’hip hop, da Brooklyn a Staten Island al Bronx, è suddiviso in sette capitoli che descrivono altrettanti giorni. Tra una miriade di incontri (“Due li abbiamo pianificati, il resto è successo in maniera completamente spontanea ed inattesa“, ci ha detto il Danno.) e semplici domande ai passanti per avere delle informazioni, tutto risulta autentico, a tratti si ha davvero l’impressione di essere per strada con la filming crew. Spontaneità esplosiva, anche a discapito della struttura scenica.

Cosa hai trovato a NY di quel che ti aspettavi e cosa che non ti aspettavi?
D: Ho trovato il rap come genere musicale connesso a 360 gradi a tutti gli altri generi, ho trovato dal pischello che fa sentire i suoi beat per strada, all’open mic fatto con dj e strumenti, al rap fatto sul palco esclusivo del Blue Note Jazz Festival…ho visto come ad ogni evento, anche piccolo, c’è sempre da mangiare gratis per il quartiere, e ho visto signore di una certa età nel parco di Brooklyn commuoversi quando Buckshot ha cantato “Who Got The Props”…ho capito che sul serio “this is bigger than rap…”

Pur se la struttura di raccordo tra le varie “stanze” del docufilm è un po’ debole, come lo stesso Danno ci ha detto con obiettività ed umiltà, a lui va dato il merito di essere un narratore impeccabile, il vero collante del film è la sua fotta. Il suo inglese “street” lo rende un irresistibile cicerone alla vecchia. Autentico, un pischello che tra un freestyle di fronte ad una bodega ed incontri casuali, sempre per strada, non ti porta semplicemente a spasso per New York, ma in un sogno che tanti altri pischelli come lui hanno sognato e vissuto, prima o dopo.

A tratti dalla pellicola viene fuori il rapper, chiamato a rappresentare il posto da cui proviene e a buttare su delle rime. A conferma del fatto se non capisci le parole puoi sentire il funk romano. Costantemente, però, rimane in primo piano l’autentico hip hop fan nostrano, quello di una volta, che rispettosamente cerca informazioni sullo stato dell’arte ad oggi. Ed è per certi versi questo il vero protagonista di Diggin New York: l’approccio hardcore, casareccio, del Danno, dalla cui voce ed energia traspare l’essenza del fomento per l’hip hop, oggi come trent’anni fa. La consapevolezza di sè ed il rispetto delle origini si tramutano in un viaggio in parallelo tra la realtà odierna ed i ricordi di qualcuno che quando sente partire il loop di Bucktown si emoziona ancora come la signora di Brooklyn, vent’anni e passa dopo.


Girando Digging New York ho un po’ cambiato alcune mie prospettive, alcune mie chiusure mentali sono scomparse, altre convinzioni forse si sono ancora più radicate. Sono tornato ancora più convinto che questa musica e questa cultura siano bellissime, e che abbiano un valore sociale più forte di quello che pensiamo – Danno


Cosa hai trovato per te stesso, invece, scavando NY?
D: Ahah, ti dico la verità, sono arrivato lì pensando “non ce la farò”. E invece giorno dopo giorno qualcosa ha preso forma, e ho cominciato a dirmi…”ce la stai facendo”. Pensavo che non sarei stato in grado di interagire o di farmi capire, e invece ho visto che, nonostante il mio inglese alla Alberto Sordi, alla fine riuscivo a instaurare un dialogo. Pensavo che avrei avuto paura in certi posti, a stare lì con le telecamere, invece ci hanno accolto a braccia aperte, e ci hanno fatto sentire parte della comunità. Non volevo fare nulla di mio all’inizio del documentario, ho detto a tutti “Io vengo a New York, ma solo per intervistare, non pensate che mi metta a fare il rap a New York…”…e invece il primo giorno già stavo sul palco con M1 e Bonnot alla serata di Fabrizio Sotti, o al Brooklyn Juicy Festival a fare il freestyle con Jadon, e questo mi ha caricato… Inoltre girando Digging New York ho un po’ cambiato alcune mie prospettive, alcune mie chiusure mentali sono scomparse, altre convinzioni forse si sono ancora più radicate. Sono tornato ancora più convinto che questa musica e questa cultura siano bellissime, e che abbiano un valore anche sociale più forte di quello che pensiamo.

Ad impreziosire e rendere unico il viaggio, ovviamente, gli incontri effettuati lungo il percorso. Dal mitico Mr. Kaves dei Lordz of Brooklyn (che ricorda addirittura quando, dopo un live al Circolo degli Artisti a Roma, nel 1996, di fronte alla massive si mise a taggare il muro esterno del Circolo, nella vecchia sede in via Lamarmora) al giovane YC The Cynic, passando per Rockness Monsta, ce n’è per tutti.

E così, avanti ancora, con M-1 dei Dead Prez, comparsate di vecchi e nuovi, tra cui anche un freschissimo Joey Bada$$, per esempio. Menzione d’onore, sicuramente, a Ricky Powell. A chiusura del film, il footage in cui Powell regala perle su perle, dal modo di parlare agli aneddoti di vita, è sicuramente la chicca delle chicche, degno coronamento di un viaggio nel viaggio.

Diggin New York: Il Danno con Ricky Powell

Un dietro le quinte memorabile?
D: Siamo stati a casa di Abiodun Oyewole, dei The Last Poets, una figura al limite del mistico…lui ogni domenica invita gente nel suo salotto di Harlem e arrivano tutti questi ragazzi che a turno si esibiscono facendo poetry, freestyle, suonando o cantando, o semplicemente raccontando la loro storia…lui li ascolta e poi gli dà un consiglio, un parere, a volte anche severo…Noi eravamo gli unici bianchi, e forse stonavamo parecchio in quella situazione, qualcosa di molto profondo e spirituale oserei dire…lui un vero sciamano, al centro del suo salotto, e ogni parola che veniva proferita aveva un peso mai sentito prima…alcuni di questi ragazzi hanno raccontato attraverso la loro esibizione le loro storie, storie a volte dolorose, intense…è stato un onore per noi poter assistere a un incontro del genere, qualcosa che non avevo mai visto e che probabilmente non avrò più la fortuna di rivedere…Mi dispiace che questo incontro non sia presente nel documentario, ma era una sitauzione così “privata” che le telecamere sarebbero state solo un elemento di interferenza…

Chiudiamo in versione Alta Fedeltà: i cinque dischi imprescindibili per te, provenienza NY?
D: Domanda troppo difficile per un nerd del rap come me, domani già te ne direi altri 5….Ma mi butto e dico “It takes a nation of million” dei Public Enemy, “3 Feet High and Rising” dei De La Soul, “Paul’s Boutique” dei Beastie Boys, “Enter the 36 chamber” del Wu Tang e “Funcrusher Plus” dei Company Flow…Sì, lo so, c’è Nas, Slick Rick, Mobb Deep, Boot Camp, Biggie, Rakim, Kool G Rap e un sacco di altri mostri sacri, ma ognuno di questi 5 dischi che ho nominato ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita per cui…Yo!

Per la gioia di tutti i veri amanti dell’hip hop fatto in casa con amore e dedizione, il docufilm non verrà distribuito ufficialmente, sarà proiettato solo on-demand in un circuito selezionato. E fin qui nulla di eclatante. La notizia vera è che entro la fine dell’anno verrà pubblicato gratuitamente in rete, probabilmente a puntate. State all’erta, e pronti a fare un pò di diggin a New York. Ne vale la pena.

Share Button