Ascolti: Blitz the Ambassador – Afropolitan Dreams (2014)


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a2021497202_10Quella che sto per raccontarvi è una storia vecchia come il mondo, eppure attuale. E’ la traiettoria che dall’Africa porta all’America, dalla terra al cemento, e se il limite è il cielo, gambe in spalla e pedalare. In estrema sintesi, questa è la storia di Blitz The Ambassador, rapper ghanese di stanza a New York ormai da qualche anno, recentemente alla sua terza prova solista in formato long playing, intitolata appunto Afropolitan Dreams.

Nato e cresciuto ad Accra a pane, arti visuali e tanto hip hop, dai Public Enemy a Nas, Samuel Bazawule – questo il vero nome di Blitz – si trasferisce in America una decina d’anni fa, per andare al college. Dopo essere stato scoperto da un importante produttore ghanese che lo ha fatto incidere il giorno dopo averlo ascoltato per la prima volta fare il rap, ed aver rilasciato dei singoli e degli EP a livello locale, è in Ohio che studia ed ottiene la sua laurea in Business Administration, ed affina le sue doti di live performer ed emcee. Trasferitosi in pianta stabile a Brooklyn, New York, da qualche anno persegue quindi il suo sogno afropolitano.

Dotato di un flow musicale, di un buon timbro di voce e di immagini semplici ma efficaci, il ragazzo ha storie da raccontare. Il suo afro-style è tremendamente fashion ed attuale (date un occhio alla copertina dell’album e capirete cosa intendo), forse più interessante in Europa che non in America. E non è un male, anzi.

Del resto, anche grazie a prestigiose collabo, – i francesi C2C in testa a tutti – Blitz mantiene forti legami col vecchio continente, e sull’ultimo album, edito dalla berlinese Jakarta Records, ospita anche Oxmo Puccino, ad esempio.

Parlando proprio dell’album, questo è un concentrato di grooves e suggestioni afrocentriche, i beats sono prodotti dallo stesso Blitz e costituiscono un ideale fil rouge che congiunge le due sponde dell’Atlantico. L’Ambasciatore crea trame sonore su cui le voci di artisti come Seun Anikulapo Kuti, NNeka (sublime), Marcelo D2, il già citato Puccino o ancora Amma Whatt, vanno a nozze. La profondità della Mother Land si sposa alla perfezione al swing dei breaks classici, quando questi incontrano samples di afrojazz o highlife, ad esempio. Afrotronic-hop, questo è.

Onesto e sentito, tanto da un punto di vista musicale quanto contenutistico, A.D. è un blocco unico, un flusso narrativo che alterna momenti di vita e stati di coscienza, consapevolezza ed orgoglio, mescolando le carte in tavola senza paura, senza copiare, senza cadere nella trappola della scorciatoia del luogo comune. Si parla di cose semplici, in ordine tra loro, in un ideale viaggio alla ricerca della fortuna. Come in Call Waiting, dove una telefonata ai propri cari dà lo spunto per una serie di riflessioni in cui chiunque, lontano da casa, si ritroverà. Oppure ancora in Dollar and A Dream, o Love on The Run, complice un’enorme NNeka, uno dei momenti migliori dell’album, che si ascolta d’un fiato, senza intoppi particolari.

Pur non essendo un game changer, e mancando forse di un vero e proprio singolone, Afropolitan Dreams ha in sé un concentrato di onestà intellettuale e fierezza espressa in musica che non passa inosservato. La diasporighteousness è qui, suona forte, e chiede solo di essere ascoltata. A voi.

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