The Blast Podcast #39: David Nerattini in Italians Do It Bitter

SB_39_Evidenza_

Italia, oh dolce Italia, cantava Finardi. Aveva i suoi motivi, sì, e anche noi, ogni tanto, possiamo avere i nostri. Partiamo da casa nostra per l’appuntamento odierno con la detonazione musicale del giovedì, e col raccontarvi la storia a questa connessa. Oggi chi accende la miccia del BlastCast è una delle persone che le storie le ha raccontate, anche a noi, per diverso tempo. All’urlo di Italians Do It Bitter, come recita il payoff del blog che il nostro ospite cura in maniera irregolare tra un impegno e l’altro, oggi è con noi David Nerattini, aka Little Tony Negri. Godetevi la lettura, e il sound, subito dopo.

David Nerattini, aka Little Tony Negri. Aka Mr. Extrafly, come ti chiamano in RBMA, aka co-fondatore e capo redattore di Superfly Magazine- probabilmente il miglior esperimento italiano di sempre in materia musicale, dall’urban alle sue radici, passando per elettronica ed arti visuali. Poi anche batterista, deejay, beatmaker, curatore musicale per etichette discografiche, e qualcos’altro forse lo dimentico. Sei una figura poliedrica, particolare del panorama musicale e culturale nostrano. In una parola, chi è David Nerattini?
Sono un musicista, semplicemente. Amante della musica, giornalista per caso, nel senso che è stato il mio modo, da ragazzo, per avere i dischi gratis, andare ai concerti, parlare con persone interessanti ed imparare cose legate a questo mondo. Perché mi interessava la musica in tutte le sue sfaccettature: farla, studiarla, sentirla, parlarne. Per me era ed è un corpo unico, e quindi ho praticato e pratico più o meno tutte le discipline legate a questa, o almeno, quelle che riesco a fare. Nel tempo, suonare e scrivere sono state le cose che mi hanno portato avanti fino ad oggi.

Com’è iniziata la tua avventura nel mondo del giornalismo musicale?
Ho imparato sul campo, facendo la gavetta nella redazione di un giornale che non esiste più, che era Ciao 2001, dalla prima metà degli anni Ottanta. Sapevo solo un po’ scrivere, decentemente, e tra caporedattori e vicecaporedattori ho mosso i primi passi, seguivo le persone ed i loro consigli, andavo ai primi concerti, facevo le prime interviste. In seguito, ho collaborato con Fare Musica, e poi anche con Blu Jazz, del grande Adriano Mazzoletti. Sono stato fortunato, perché ho beccato così l’ultima onda del mondo precedente, quello dei Settanta e dei primi Ottanta. La mia formazione viene da lì, è più da “anziano” rispetto ad altri colleghi più giovani.

Formazione che ha poi dato vita, molto dopo, al giornale Superfly, dal 2003 fino al 2009. Cosa ricordi di questo periodo e del giornale, in toto?
Meravigliosa esperienza suicida. Fare un giornale di carta, fatto di cose che interessano a pochissimi, evidentemente, negli anni Duemila, non è proprio l’idea più saggia del mondo. Però, io e Silvia Volpato, ci siamo molto divertiti a farlo, e abbiamo anche molto sofferto, anche dopo la chiusura. Però è stata una bella esperienza, sento abbiamo fatto una bella cosa. Su alcuni Superfly ha lasciato un segno, altri neanche sanno sia mai esistito, ma va bene lo stesso. Le cose, come spesso capita, all’inizio le fai più per te stesso che per gli altri, e quando ne sei convinto, le condividi con gli altri. Abbiamo fatto un bel giornale, secondo me. Abbiamo conosciuto persone che altrimenti non avremmo mai conosciuto.

A tal proposito, le cose per te più interessanti fatte tramite Superfly? Penso ad interviste, incontri, aneddoti…
Mi vengono in mente un po’ di persone che non ci sono più. In primis George Duke. Intervista per telefono, e a volte le telefoniche, specie con quelli del giro hip hop, non sono un granché. Invece, quando hai gente d’esperienza, viene fuori qualcosa di più interessante, e con Duke fu così. Lui era molto divertente, e l’avevo già intervistato di persona, quindi lo sapevo. Poi penso a Galt MacDermot, che abbiamo avuto grazie alla preziosa intercessione di Egon Alapatt, forse l’unica intervista rilasciata da Galt in Italia, lui non si fa intervistare facilmente di solito. Come anche MF DOOM, intervista molto buffa, anche quella roba rara. La sorpresa in quel caso fu che poi, per assurdo, ritrovai un pezzo della nostra telefonata in uno skit di un suo disco. Lui aveva registrato la telefonata, evidentemente, a sua volta, e ad un certo punto mi chiedeva il significato di “ciao bello”. Lo skit si trova su un suo disco strumentale, credo fosse uscito per Nature Sounds, una cosa tipo “Doom Vs. Ciao Bello”. Un’intervista tragica, bella ma tragica, fu quella a B+, schedulata per il giorno in cui morì Jay Dee, nel 2006. Il tutto si fece, Brian ci inviò immagini di copertina e quant’altro avevamo concordato, ma furono momenti molto particolari. Da lì poi nacque anche una bella amicizia, che dura tutt’oggi, ma furono giorni pazzeschi, in senso non proprio positivo. Infine, sicuramente ricordo con piacere Les McCann, in sedia a rotelle, a Milano. Una specie di matto. Continuava a fermare ogni donna vedesse dicendo che la voleva sposare, intervista assurda, divertentissima. Disse anche belle cose. Per Superfly ne feci tante, era figo, perché con la scusa del giornale intervistavi gente assurda, che ti concedeva del tempo per raccontarti delle storie e chiacchierare. Due ore con Les McCann, ad esempio, quando mai me le avrebbe concesse, e come lui tantissimi altri. Fighissimo.

Foto di Mauro Puccini

Foto di Mauro Puccini

Facciamo un passo indietro. E parliamo della tua formazione musicale. Come è iniziato tutto?
Sin da bambino, sono sempre stato affamato di musica, almeno a quanto dicono i miei familiari. Non avevo molti giocattoli, ma molti strumenti, in particolare a percussione, terrore di qualsiasi genitore. Sono stato avviato allo studio del pianoforte verso i sei anni, e sono quindi passato alla chitarra classica, fino ai dodici anni circa, e nel frattempo ho sempre suonato la batteria, da quando mio padre me ne regalò una comperata a Porta Portese, una mitica Hollywood. E da lì, la batteria è diventata la mia fissazione. Il percorso l’ho fatto tra sale prove improvvisate in cantine e gruppi giovanili, finché non ho incontrato l’hip hop.

E prima dell’hip hop, i tuoi batteristi preferiti?
Sono un beatlesiano, quindi Ringo Starr su tutti, già da piccolo. E poi, in seguito, molti italiani dello stesso periodo, come Vincenzo Restuccia, Gianni Dall’Aglio, Agostino Marangolo. Piuttosto che John Bonham, o Phil Collins. Poi ho scoperto i batteristi neri, Bernard Purdie, Earl Palmer, i grandi del break, scoperti già prima di incontrare l’hip hop, semplicemente leggendo le note di copertina dei dischi che mi passavano per le mani.

E l’incontro con l’hip hop, quando e come avviene?
Il primissimo incontro, musicalmente, avviene in tempo reale, all’uscita del 45 giri di Rapper’s Delight, alla fine degli anni Settanta. Mi piaceva molto il pezzo, aveva la stessa base del pezzo degli Chic, e l’interesse è nato là, senza sapere bene cosa fosse, per me era disco-music con un tizio che ci cantava sopra a tempo. Ho sempre sentito quella roba, nel calderone di musica pop che si ascoltava al tempo, fino a che fui folgorato da The Message: quella era una cosa diversa. Fino a quel momento erano pezzi disco-music con qualcuno che ci faceva sopra del rap. In questo caso, invece, si trattava di un vero e proprio pezzo rap, tanto elettronico, con strofe, bridge e ritornelli, era una canzone, e tutto suonava diverso. L’incontro vero e proprio e l’amore con la cultura hip hop avviene poi alla fine degli anni Ottanta, ’86 piuttosto che ’88, periodo golden age pieno: impossibile non rimanerne colpiti.

Com’era Roma a quel tempo?
Roma era abbastanza divertente, un po’ strana, post anni di piombo. Si girava in centro, tra via del Corso e Galleria Colonna, dove il fine settimana di solito si ballava la breakdance. E c’era questo negozio, di cui mi sfugge il nome, credo Babilonia ma non ne sono certo, in cui vi era una consolle a disposizione il sabato pomeriggio, quindi ci si incontrava così. Per qualche tempo ho osservato e basta, poi tramite Luca De Gennaro ho conosciuto Seby, meglio noto come Ice One. Era lui un po’ la chiave di volta della scena hip hop a Roma, e lo è stata anche un po’ per me. Lui ballava, faceva il rap, le basi, un po’ di tutto, con pochi altri ci si era buttato quando fare queste cose era impensabile. Allora eri veramente un marziano a fare ‘sta roba, vestito in un certo modo, e così via: ce n’erano venti forse in tutta Roma, e quando andavi in giro saltavi all’occhio, a dir poco. E fu così almeno fino all’inizio degli anni Novanta. Ancora prima dei Power Mc’s, gruppo formato dallo stesso Ice con July P, ed in seguito anche un giovanissimo Duke Montana.

Al di là dell’hip hop, com’era la scena musicale romana a quel tempo?
Era varia, era tutto mescolato. Tutti collaboravano con tutti, io che non vengo originariamente dall’hip hop conoscevo già un po’ di gente di quel giro. Seby e Stile, ad esempio, avevano già suonato con l’orchestra di Massimo Nunzi, una jazz big band. Era tutto molto aperto, poi via via tutto si è ghettizzato, ognuno nel suo recinto. Non era impossibile trovare un concerto che mescolasse punk e hip hop, e non solo nei centri sociali, ma anche nei club. Questo perché la gente era poca, e ci si raggruppava, mescolando le carte in tavola. Microcomitive che si incontravano. Era un discorso diverso rispetto alla chiusura dell’hip hop successiva. Giusta, da una parte, per preservare le peculiarità e la purezza del genere, dall’altra rischiosa perché se non sei chi ha inventato certe cose, a volerti ghettizzare alla fine diventi una macchietta, che è la cosa che è un po’ successa, e le cui conseguenze viviamo tutt’ora.

E’ da questo humus che nascono anche le tue “escapades” al di fuori dell’hip hop
più canonico, quindi. Penso in particolare a La Comitiva, piuttosto che ad Intelligent Hard Core, in seguito.

Io, Seby e Stile ci conoscevamo già da prima di fare La Comitiva, Seby aveva prodotto delle cose per il gruppo con cui suonavo, lo avevamo chiamato noi, e poi suonavo al tempo con Federico Zampaglione e Riccardo Sinigallia, e quindi tutti insieme facemmo questa joint venture durata quasi dieci anni, dormiente per otto e attiva per due anni buoni, a metà dei Novanta. Il primo album della Comitiva è del 1995, mai uscito nella sua totalità, e di cui due pezzi sono finiti su B-Boy Maniaco, l’esordio di Ice One del 1995 su Irma Records, mentre l’album Medicina Buona, esordio ufficiale a nome del collettivo, uscirà nel 1999 su Virgin. A parte questo, in quegli anni continuavo a suonare con il mio gruppo, in diversi gruppi musicali, ho fatto anche il turnista in alcune occasioni, e studiavo. Per tutti gli anni Novanta, ho studiato il campionatore. Per un musicista, è un approccio compositivo completamente diverso, una mentalità diversa. Ho fatto un sacco di robe che non sono mai uscite, le mie prime cose come produttore risalgono invece al ’99, circa quasi.

Ricordo come prima cosa sentita di tuo, l’EP di Due Buoni Motivi, con l’etichetta Roba Fresca Tutt’e Juorna.
Esatto, lo produssi io, anche esecutivamente, in società con Nicolà Scavalli. Ne abbiamo vendute poche copie, adesso è un collector item. Nello stesso periodo ho prodotto alcune cose per Chef Ragoo, per il suo EP Explorandom. Quella era una cosa in parallelo alla Comitiva, ai tempi avevo uno studio, la possibilità di produrre molto, e ho fatto diverse cose, tra il ’98 ed il 2001. Poi alcune scelte contrattuali sbagliate, e un insieme di fattori personali, non ultimo l’aspetto socioeconomico, per così dire, mi hanno portato a lavorare su altro, e ho rallentato la produzione. Il grosso delle mie cose si concentrano comunque in quel periodo di fine Novanta.

Il produrre per te comunque è stato un processo naturale di evoluzione del diggin’, immagino. Non hai iniziato a scavare dischi per fare le basi, in questo caso.
Il diggin’ è iniziato da prima di tutto, i dischi già li avevo, sì. Si trattava di capire la sintassi del beatmaking, approfondire il vocabolario, rispetto all’essere un musicista. Infatti, pochi musicisti riescono ad avere un approccio col sampler, è come se dovessi toglierti una parte di cervello, ragionare in maniera diversa. Forse il fatto di aver acquisito dei campionatori da giovane mi ha aiutato a tirare fuori le cose, con un orecchio già allenato, avendo molti ascolti pregressi, e sapendo come la roba non doveva suonare. Quello che non doveva essere. Ma non è stato facile, passare da uno strumento ad un sampler, un MPC. Io poi ho iniziato con un SP-12, molto limitato come mezzo.

E come non doveva suonare?
Doveva suonare come la roba figa del tempo, è semplice! (risate, ndr). Un processo del tipo “Che roba ti piace?”: ecco, quello è lo standard. Per il mio gusto, studiando il campionatore, ai tempi, dovendo fare degli esempi, ti dico che guardavo a Marley Marl, per forza. Prince Paul, assolutamente. Il primo, per la mentalità nell’usare il campione, passa da produzioni fatte dalla 808 e basta a delle basi in cui la 808 era usata come strumento, tenuta in secondo piano, sotto, e sopra, un “mammozzo” di roba frusciante e groovosa. A livello temporale, sono state le prima cose mai sentite con quel suono lì, quella direzione. E poi Prince Paul per l’architettura del suono dei primi De La Soul, piuttosto che degli ultimi Stetsasonic. Senza dimenticare i vari A Tribe Called Quest, Pete Rock, Premier, Large Professor, ognuno per motivi diversi. In generale, mi piacevano molto quei produttori che riuscivano a fare dei bei groove ma anche ad arrangiare il tutto. Quelli che usavano tanti campioni, gente appunto come Pete Rock, Large Pro, Lord Finesse, la Bomb Squad. Riuscivano a creare arrangiamenti assurdi, mettendo insieme campioni da dischi diversi, a volte anche stonati, in tonalità diverse, o fuori tempo. Poco importava, andava bene comunque, la big picture era fantastica!

Che macchine usavi per comporre?

Come ti dicevo, ho iniziato con un SP-12 della E-Mu, e poi ho usato un Casio FZ-1, ed in seguito un MPC. Studiavo e lavoravo alle musiche con DJ Stile, all’inizio non avevo il mio sampler, usavo i suoi, e su quelli ho iniziato. Alla fine, il mio sampler era un Ensoniq, il mitico ASR-10, il tastierone che usavano anche RZA e Alchemist, per capirci.

DJ Stile era tuo storico partner nel progetto Funk Unknown. Quando iniziò il tutto?
Funk Unknown è storia del ’92, e va ancora avanti, peraltro, c’è sempre il progetto di fare un disco, ma non so se riusciremo mai a farlo. Io e Stile ci sentiamo sempre, è la mia costante in tutti questi anni. Ci siamo incontrati nel 1990 e dal ’92 circa abbiamo iniziato a fare musica insieme. E dovevamo studiare per poter fare seriamente un certo tipo di roba. Lui arrivava dall’esperienza da deejay e io dall’essere un batterista. Siamo rimasti chiusi almeno quattro anni, dal ’93 al ’97, a casa sua, tanto che ormai i suoi mi avevano adottato, davano per scontato che fossi lì. Abbiamo realizzato una quantità di materiale enorme, tra cui un album hip hop strumentale fatto in totale incoscienza, pieno di campioni, una cosa che più o meno quando uscì Shadow ci dicemmo “Ah, vedi, anche lui!”. Noi non sapevamo di quella roba. Di tutto quel lavoro uscì solo un pezzo in una compilation della Irma, al momento sto cercando di rimasterizzarlo e vorrei farlo uscire, sono tutte cose fatte tra il ’93 ed ’96.
Hip hop mescolato con techno, house, gabber, drum’n’bass, che all’epoca si chiamava ancora jungle, roba che mi fece scoprire ad una festa a Bologna DJ Fabri, e colgo l’occasione per abbracciarlo, ovunque si trovi adesso. Mi scoperchiò il cervello quella roba, e forse, ad oggi, è l’ultima cosa realmente nuova che io abbia mai sentito in vita mia. Innovazione totale, l’idea del breakbeat impazzito, tagliato in quella maniera. Tutto quello che è venuto dopo, sono rivisitazioni e variazioni su temi già noti.

Avendo vissuto e contribuito in prima persona allo sviluppo di un periodo che oggi spesso è sulla bocca di molti, nel bene e nel male, ovvero i Novanta, come vedi le recenti diatribe sul valore di quella scena e quel mondo?
Oggi i Novanta sono i nuovi anni Sessanta, solo che chi li ha vissuti lo sa che non erano poi così fighi…Fa figo dire “i Novanta”, in realtà c’era solo quel cincino di speranza in più che ci portava a fare delle cose sborone, se vuoi, in modo non conforme. Oggi tutti fanno cose sborone, sì, ma in maniera conforme a quello che la società richiede. Noi andavamo un po’ in culo alla società, questa è l’unica differenza reale. Il rap di adesso è completamente assoggettato alla realtà, non tenta di sovvertirla, tutt’al più l’accarezza, o prova ad esacerbarne le parti più scurrili. Bello, divertente, fa parte dello spirito del rap, però un po’ dù cojoni. Un po’ chissenefrega di quanti soldi c’hai, un po’ sticazzi. Noi ci divertivamo di più. L’hip hop era vissuto in maniera differente, era meno stereotipato, e chi se la giocava in modo troppo “filoammeregano” veniva preso in giro. Mescolavamo le carte come ci pareva, tentavamo di fare una roba e poi ne veniva fuori un’altra. E andava bene così.

E come vedi lo scenario odierno? Trovi ancora cose interessanti dal giro hip hop, oggi?
Si, nonostante io sia un fossile dei Novanta, non sono tra quelli che dicono che stessimo meglio all’epoca. Perché me lo ricordo, non stavamo tanto meglio. Anche allora, rispetto ad oggi, c’erano cose buone e cose meno buone. La cosa che mi manca è quello spirito. Alcuni ce l’hanno, ma pochi, oggi vogliono tutti rientrare in un formato. Anche quelli underground. Si sono create delle barriere. Ognuno sta nella sua gabbietta. Hai l’underground e quelli che si sono venduti il culo. E in mezzo non c’è quasi niente, che è un po’ un peccato. Invece a me è sempre piaciuta la roba in mezzo. Perché quelli troppo underground con la bandiera un po’ rompono i coglioni, quelli che vogliono fare i soldi abbassano la qualità di quel che fanno, e se sono un po’ stupidi diventano ancora più stupidi. Diventa una noia. Dov’è lo stimolo? Anche nell’underground, spesso molti si limitano ad imitare, a seguire piste già battute, tipo che adesso vanno per la maggiore Madlib e Dilla, e tutti a fare quella roba. Sono in pochi a dire “‘sticazzi, io faccio un po’ come mi pare”. E sono quelli che mi piacciono, quelli che se ne fottono. Non si pongono il problema, fanno delle cose, che è l’approccio che ho sempre avuto io. Fai le tue cose, magari poi forse ci pensi, però nel mentre fai una cosa come la pensi, se sei in grado di pensare ad una cosa definita e farla. Perché ci sono quelli che le pensano, ma non ce l’hanno tanto chiare e non riescono. E non è solo questione di copiare o meno. Alla fine, copiamo tutti. L’importante è farlo bene, con classe, e non copiare da uno solo, pari pari, ma da tutti, contemporaneamente. Se ti fissi su uno poi si sente. Un po’ di qua un po’ di là, magari non avrai uno stile personalissimo, però è già un passo avanti. Sono molto pochi quelli che hanno uno stile personale, gli altri ricadono in altre categorie, sia rapper che produttori. A me piacciono quelli strani pure quando fanno delle cacate. A me piace Dargen D’Amico, perché se ne fotte. E fa pure il pezzo orrendo, ma va bene, perché fa parte di un discorso più ampio, all’interno del quale il pezzo orrendo ha il suo senso. Poi lui è uno che sguiscia le regole, lavora per contrasti, non è fermo al classico “oh, zio, faccio brutto”. Bella zio, fai brutto, sì, parecchio anche, bruttissimo, fai cacare, te lo dico…(risate, ndr). Non mi può piacere quella roba, sono troppo vecchio, è ribellione prêt-à-porter, mi fa ridere, funziona per i ragazzini, è normale che mi faccia ridere. Mi deve far ridere. E’ una cosa che un po’ è sempre esistita, adesso è molto più evidente e pressante, ce n’è molto di più rispetto a prima. Se ci pensi, anche negli anni Novanta non si poteva ascoltare la roba che andava in classifica, diciamocelo. Per andare in classifica ci sono delle regole, al di là dei generi, sempre le stesse. Se io sento che rispetti queste regole, non mi appassiono. Il gioco è quello del let’s dumb it down, come disse Jay Z. Vi dò le robe più basse, così ci arrivate tutti, e io mi arricchisco. E sembra che da una parte e dall’altra della barricata, sia le etichette che l’utente finale, facciano poca selezione in merito a queste dinamiche.

Che rapporto hai in tal senso con le nuove tecnologie, i nuovi media, quelli che aiutano a fare questa selezione? In senso non solo di creazione, ma anche di fruizione dell’informazione.
Io sono dell’idea che più facile la ricerca sia, meglio sia. A patto che tu sappia cosa cerchi. Internet, i nuovi software, i social networks…sono mezzi, dipende dall’uso che ne fai. Per me è il realizzarsi di un sogno d’infanzia. Il mega database con le risposte alle domande più disparate? Vai e cerchi, figata. Registro a casa? Fantastico. Prima per registrare dovevo bloccare lo studio, inchiodare mille persone, e via dicendo. Il vinile si sente meglio dell’mp3? Certo. Ma perché rinunciare? Posso avere tutt’e due! Spotify, i cd, Youtube, va bene tutto. Ho un database mondiale. Prima dovevo cercare di più, viaggiare, spulciare libri, eccetera. Lo faccio ancora, meno, ma lo faccio. Per un ricercatore come me, questa è Eldorado. Basta non fissarcisi, non escludere qualcosa in favore d’altro, integrare gli strumenti ed avere una visione completa. I social network non sostituiscono i rapporti umani, li ampliano, ma perché privarsi di un qualcosa in favore d’altro, quando puoi avere entrambi?

A proposito di mp3, nuove tecnologie, e fruizione: cosa hai suonato per il nostro podcast?

Musica italiana, varia, la mia fissazione degli ultimi anni, almeno da quando ho capito che fà l’ammeregano, non essendo ammeregano, non è divertente. Sapere tutto del jazz e del soul e sapere poco della roba italiana, o distrattamente, non è buono. Negli ultimi dieci anni mi sono molto dedicato a scavare robe italiane, sconosciute, e ce n’è sempre di nuove. Continuo a scavare, e ce n’è ancora. Stando in Italia è facile, a Roma poi particolarmente, vista la storia del cinema, Cinecittà, la televisione, eccetera. Da buon “batteriocentrico”, nel senso che tendo a suonare dei pezzi dove la batteria è molto presente, o anche da sola a volte, ho selezionato del materiale molto groovoso. Acquisti degli ultimi anni.

Per chi non lo sapesse, in tema di diggin’, cosa si trova di particolare a Roma, che non si trova facilmente altrove?
Roma è la città del cinema e della televisione, quindi delle sonorizzazioni. Tutti o quasi gli editori che producevano libraries in Italia stavano qui, a parte un paio a Milano o sparsi in giro. Quindi, questi dischi sono tutti quanti a Roma. Giravano tra tv, radio, eccetera. Se delle copie saltano fuori, ancora oggi, queste vengono da Roma. Sempre meno, a vero dire, ma ancora qualcosa gira. Negli anni Novanta, a Porta Portese trovavi a mille lire i dischi che oggi valgono due trecento euro. E grazie a questo ho accumulato e venduto molta di quella roba, per quanto ai tempi mi stessi ancora mettendo in pari col soul ed il jazz, ma con l’arrivo di Internet ho avuto una grossa mano a mettere a posto quei tasselli, e mi sono messo in pari con quel mondo lì.

In chiusura, progetti presenti e futuri?
Ho recentemente curato l’uscita di due compilation per la Penny Records, etichetta di vinile di Bob Corsi, a cui sto dando manforte per far uscire ristampe di sonorizzazioni e colonne sonore. E continueremo su questa strada. In parallelo, sto missando il disco di un gruppo ispirato alle sonorizzazioni degli anni Sessanta e Settanta, però rivisitate e riviste, nemmeno in chiave moderna, ma secondo la nostra visione di quel mondo lì, alla nostra maniera, diciamo. Il gruppo si chiama La Batteria. Infine, sto facendo delle produzioni per vari emcees, della Capitale e non. Recentemente ho prodotto l’ultimo singolo del Colle, e forse faremo altre cose sia per il loro album che per dei progetti laterali che stanno facendo, e infine sto producendo per my buddy Chef Ragoo, che seguo ormai dal suo primo disco. Poi sto facendo anche delle basi per Don Diegoh, e per Gel, dei Truceklan.

Un messaggio per la nazione, prima di premere play?
Autostrade per i giovani, come diceva Elio. Tanti baci.

E ringraziando LTN per la chiacchierata, vi lasciamo ad una sensazionale selezione di suoni groovosi, come direbbe David, direttamente dai deep crates di mister Nerattini. In libero download per voi, e streaming di seguito. E per chiudere alla grande, un paio di pezzi di repertorio, prodotti dalle macchine del gentile signore di Roma. In funk we trust.

DOWNLOAD: The Blast Podcast #39 – David Nerattini in Italians Do It Bitter

The Blast Podcast #39 – David Nerattini in Italians Do It Bitter by Strettoblaster on Mixcloud

Share Button