All eyez on Michael Miller

mikemiller
“Ma tu stai con la East Coast o la West Coast?”
Negli anni Novanta era un ritornello frequente, e attorno a questo ci si schierava. Qualcuno ci fece anche delle canzoncine. Era buffo, anche se qualche schiaffo forse volò. Ma durante la Golden Age la divisione era netta, e se sceglievi una costa piuttosto che un’altra la prendevi molto seriamente.
Nel caso tu avessi scelto la West avresti cercato qualsiasi cosa avesse riguardato Tupac, Dre, Eazy E, Cypress Hill e compagnia bella, imbattendoti probabilmente nelle foto di Michael Miller pubblicate dalle riviste di settore.

Mike, chiamiamolo così, essendo un fotografo basato a Los Angeles, dalla fine degli anni Ottanta fino ai nostri giorni ha ritratto i protagonisti di una parte fondamentale della scena hip hop mondiale. Come per Oriol, l’impatto visivo delle immagini di Miller è profondamente caratterizzato da scenari urbani molto aperti, con un’accentuata profondità di campo, completamente all’opposto di quello che si ottiene scattando a New York, dove a farla da padrone sono gli scenari inevitabilmente influenzati dalla presenza quasi ingombrante degli enormi edifici. Considerazione non da poco, se quando guardiamo una foto quello che ci interessa è il mood che ci lascia. Perché in realtà a chi fotte di analizzare tecnicamente un’immagine? Noi siamo spettatori non editors fotografici. A parità di tecnica credo che l’unica vera discriminante sia la poetica che deriva dallo scatto, che si ottiene dalla combinazione di un soggetto interessante, una composizione ben costruita e dalle skills del fotografo che gli permettono di imprimere la propria cifra stilistica.

Le immagini di Miller a me risultano paradossalmente quasi solari nonostante i protagonisti siano rappers incazzati, sensazione che provo anche con i suoi scatti di prostitute a lavoro sui lunghi viali di L.A.
Per quanto mi riguarda è lo stesso effetto che ottengo ascoltando All Eyes On Me, con la sua base fatta per farti muovere il culo ma con un testo tanto profondo quanto violento. Prendi la tua vita e crei una rappresentazione da dare in pasto al pubblico. C’è del cinema in questo!

Per un fotografo non è solo la capacità di rappresentare un mondo, ma la capacità di rappresentare la propria visione di quel mondo. Ad esempio veder ridere Tupac mentre gioca a dadi coi soci dà una prospettiva più˘ ampia rispetto all’immagine stereotipata di Makaveli e la sua thug life. La mia personalissima Hall of Fame è composta da chi non si è solo trovato nel posto giusto al momento giusto ma ha avuto la bravura di non limitarsi a immortalare un istante ma quella di fare letteralmente story-telling.

Quando Cartier-Bresson diceva “Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento” non si riferiva ad un’immagine fine a sè stessa che, seppur bella, rimane tale, ma ad un valore più alto della fotografia, che ha come suo fine ultimo quello di raccontare un’intera storia attraverso un singolo scatto.

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